Natale cattolico e ortodosso: due date diverse, un’unica matrice cristiana

25 dicembre e 7 gennaio sono le date del Natale di cattolici e degli ortodossi, ma con eccezioni all’interno di un complesso mosaico di confessioni e Chiese. Analogie e tradizioni svelano una comune matrice culturale più forte delle divisioni storiche e contemporanee

Nella dichiarazione congiunta firmata da Leone XIV e Bartolomeo I in occasione del recente incontro per i 1700 anni del Concilio di Nicea, il Papa di Roma e il Patriarca di Costantinopoli hanno espresso di volere “proseguire il processo di esplorazione di una possibile soluzione per celebrare insieme” la Pasqua ogni anno. Nel documento non si fa menzione invece al Natale, che nell’ecumene cristiana viene celebrato in due date non lontane, ma diverse: il 25 dicembre e il 7 gennaio.
A dividere le due Chiese non sono dispute teologiche ma due diversi calendari. Almeno dall’anno 354 il Natale viene celebrato il 25 dicembre, data che corrisponde alla celebrazione pagana del solstizio d’inverno, che andava ad assumere il significato della nascita del Sole vero, Gesù, luce del mondo.

Due calendari e 13 giorni che fanno la differenza

Ritratto di Papa Gregorio XIII

L’anno civile, secondo il calendario giuliano (istituito cioè da Giulio Cesare) è di 365 e 6 ore, facendo una media su 4 anni. L’anno solare dura però 11 minuti in meno; questo determina un ritardo del calendario giuliano rispetto a quello astronomico di un giorno ogni 128 anni.
Nel XVI secolo il ritardo accumulato, pari a 10 giorni, creava problemi nella data di determinazione della Pasqua che, secondo il Concilio di Nicea deve essere celebrata la prima domenica dopo il primo plenilunio (luna piena) successivo all’equinozio di primavera, quindi dopo il 21 marzo, sebbene l’equinozio, a causa del disallineamento descritto, avveniva già l’11 marzo.
Ciò convinse nel 1582 papa Gregorio XIII a modificare il vecchio calendario giuliano, decretando che, pur mantenendo la regola giuliana dell’introduzione di un anno bisestile ogni 4, si cancellassero 3 giorni bisestili ogni 400 anni, ossia quelli degli anni secolari non divisibili per 400.
Inoltre si stabilì di recuperare i 10 giorni di ritardo fino ad allora accumulati, saltando dal 5 al 15 ottobre 1582 in un solo giorno.
Il nuovo calendario gregoriano divenne universalmente il nuovo calendario civile, ma date le divisioni tra le Chiese di Roma e Costantinopoli, non fu mai adottato nella determinazione del calendario liturgico ortodosso.
Per questo motivo il disallineamento tra calendario i calendari liturgici tra le Chiese d’Occidente e quelle d’Oriente, allora di 10 giorni, oggi è di 13, quelli che separano appunto il 25 dicembre dal 7 gennaio.

La stratificazione della nuova religione avvenne sul vecchio rito pagano inserito all’interno delle ferie di Saturno, durante le quali gli schiavi ricevevano doni dai loro padroni ed erano invitati a sedere alla stessa mensa, come liberi cittadini, usanza “cristianizzata” dal riferimento ai doni dei pastori e dei Re Magi a Gesù Bambino.
L’adozione da parte della Chiesa cattolica, nel 1582, del calendario gregoriano in sostituzione dell’antico calendario giuliano, ancora oggi preso a riferimento dagli ortodossi, è la causa della celebrazione del Natale ortodosso il 7 gennaio.
In questa data celebrano la nascita di Gesù anche molte delle 24 Chiese cattoliche di rito orientale, cioè quelle confessioni organizzate in cinque tradizioni (Alessandrina, Antiochena, Armena, Caldea, Bizantina) che, pur mantenendo le proprie liturgie e i propri canoni, riconoscono l’autorità del Papa e sono in piena comunione con esso.
In Egitto, per esempio i cattolici del Cairo e di Alessandria, con le rispettive province, celebrano la nascita di Gesù il 25 dicembre, mentre quelli che vivono nell’Alto Egitto festeggiano il 7 gennaio.
Ma anche il mondo ortodosso ha le sue eccezioni, come la Chiesa di Romania e quella autocefala dell’Ucraina (da non confondere con quella legata al Patriarcato di Mosca) che hanno adottato il Calendario Gregoriano e festeggiano il Natale il 25 dicembre. Anche il Natale ortodosso ha un suo periodo di attesa: dura 40 giorni, un periodo di digiuno (non totale: si può mangiare il pesce il mercoledì ed il venerdì) e preghiera che si intensifica nella vigilia del Natale e si conclude con la Messa di Mezzanotte.
La tradizione ortodossa non contempla il presepe, mentre addobbare l’albero di Natale è una tradizione comune. Le consuetudini variano da Paese a Paese: in Grecia, i bambini ricevono i regali da San Basilio il 1° di gennaio, una tradizione analoga alla Santa Lucia del Nord Italia o al San Nicola di alcuni paesi dell’Europa settentrionale. In Bulgaria i fedeli alla fine del pranzo non sparecchiano il tavolo, per lasciare gli avanzi per i cari defunti, analogamente ad alcune tradizioni della notte del primo novembre in Italia.
Nella cena della vigilia in Russia si consumano il miele e l’aglio, che simboleggiano la dolcezza e l’amarezza della vita.
Due mondi, due culture, quella ortodossa e quella cattolica, solcate da secolari divisioni, ma più unite di quel che sembri dalla condivisa matrice cristiana che nei secoli ha dato vita non solo ad una comune fede, ma ha plasmato quella comune identità europea oggi messa in crisi dalla crisi spirituale già denunciata da Benedetto XVI e ostaggio dalle narrazioni di guerra degli ultimi anni.

(Davide Tondani)