Intervista al vescovo Mario sull’esortazione “Dilexi te”: i poveri come maestri di fede
C’è una dimensione francescana nell’esortazione apostolica Dilexi te di Leone XIV. È su questo aspetto che il Vescovo Fra’ Mario Vaccari, frate minore francescano, interviene con questa intervista rilasciata ai settimanali diocesani.
San Francesco, accogliendo la povertà, non si limitava a rinunciare ai beni materiali, ma intraprendeva un cammino di profonda comunione con Cristo e con i suoi fratelli. Come sottolineato nel paragrafo 64 di Dilexi te, la sua povertà era principalmente relazionale: un dono di sé che lo rendeva prossimo e solidale con gli altri.
In un mondo sempre più segnato dall’individualismo, la Chiesa è chiamata a riscoprire la povertà evangelica, non come una privazione, ma come una via di libertà e di comunione.
Come può oggi la Chiesa vivere questa chiamata, seguendo l’esempio di san Francesco? L’incontro con i poveri è stato l’inizio della sua conversione, come ci ricorda nel suo testamento…

“Quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo”. L’incontro col lebbroso è determinante per la sua esperienza. Un giorno scese da cavallo e andando verso di lui e lo abbracciò: da quel momento capì che doveva cambiare vita. Nella Regola non bollata, al capitolo 9, si dice che i frati “devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada”, perché seguire l’umiltà e la povertà di Cristo significa incontrare i poveri e stare con loro. Quindi tutta la vita di Francesco è stato questo: incontrare i poveri e condividere la loro condizione di vita. Alla Chiesa, quando incontra i bisognosi, più che mettere in moto una ‘macchina sociale’ della solidarietà, è richiesto di essere come e di stare tra i poveri perché non siano solo oggetto di carità ma essere fratelli. La sfida, come scrive il papa, nella Dilexi te è “considerare le comunità emarginate quali soggetti capaci di creare una propria cultura, più che come oggetti di beneficenza”.
Papa Leone all’inizio dell’esortazione invita a guardare alle comunità fragili come luoghi di rivelazione del Vangelo. Come possiamo valorizzare la debolezza come spazio teologico e pastorale, permettendo che da essa emerga una testimonianza autentica di fede?

Il Papa riprende un concetto già presente nel magistero dei suoi predecessori che è quello dell’opzione preferenziale per i poveri. La comunità cristiana deve lasciarsi interpellare da quello che scriveva papa Francesco dell’Evangelii Gaudium “desidero una Chiesa povera per i poveri”, perché essi “oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente”. È necessario che ci lasciamo evangelizzare dai poveri e siamo invitati a scoprire Cristo in loro, “a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro”.
Il Papa affronta il tema dell’elemosina, che oggi rischia di essere disprezzata o ignorata, ma che rimane un gesto fondamentale di contatto e incontro. Come possiamo educare le comunità cristiane a vivere l’elemosina non come atto di assistenzialismo, ma come gesto di giustizia e solidarietà che rispetti e promuova la dignità umana?
A mio vedere c’è un aspetto di novità in questa esortazione, forse trascurato in passato, perché si diceva che distogliesse dal fine principale che era eliminare le cause della povertà e rendere la persona autonoma nel prendere in mano la propria vita. Si tratta dell’elemosina, che per il Papa “rimane un momento necessario di contatto, di incontro e di immedesimazione nella condizione altrui”. È uno spazio che permette di parlare alla persona, di guardarla in faccia, di chiamarla per nome e di condividere, anche poco”.
Un altro tema centrale è l’accoglienza, che in un mondo sempre più frammentato e diviso, diventa un atto profetico e necessario. Come possiamo rendere le nostre comunità spazi di vera accoglienza, capaci di accogliere l’altro non solo materialmente, ma anche spiritualmente, come segno tangibile dell’amore di Cristo?

Le attività di Caritas diocesana sono dei segni perché le comunità imparino a fare altrettanto. Per esempio, la mensa che inaugureremo il 16 novembre, non solo colmerà un bisogno, ma sarà un segno anche per tutte le comunità cristiane rispetto all’emergenza chi ha bisogno di mangiare, lasciandoci interrogare sui motivi di questa situazione e andando ad approfondire le cause della povertà, trovando dei rimedi. L’esistenza dei Centro di Ascolto, delle mense, dei servizi di distribuzione viveri e degli armadi per i vestiti, ci dicono che esistono i poveri e che dobbiamo imparare a starci accanto, costruendo dei rapporti costruttivi, condividendo i miei beni non potendoli tenere solo per me. Leone XIV insiste sul fatto che i poveri non sono solo beneficiari della carità ecclesiale, ma sono soggetti di fede, di vita spirituale. Più in generale, partecipano alla storia comune, anche se il loro posto è spesso ignorato.
Elisabetta Guenzi



