Nel primo fine settimana di ottobre celebrato il Giubileo dei Missionari e dei Migranti

Nel percorso degli eventi giubilari che stanno segnando questo Anno Santo di grazia, il primo fine settimana di ottobre ha avuto il volto dei missionari e dei migranti.
Provenienti da vari paesi del mondo, si sono ritrovati in Vaticano per vivere insieme il loro Giubileo: un incontro di preghiera e fraternità culminato nella messa celebrata da Papa Leone XIV.
Nelle sue parole, l’invito a tutta la Chiesa a riscoprire la missione come “cammino di accoglienza, di speranza e di fede”, vissuta nella concretezza della vita quotidiana. La missione, oggi – ha spiegato il Papa – significa restare “per ascoltare, per consolare, per aprire il cuore” a chi cerca speranza: non solo partire, ma essere presenti con generosità e dedizione là dove il Vangelo chiama “a farsi prossimi”. In questo senso, la Chiesa è chiamata a “restare per ascoltare, per consolare, per aprire il cuore a chi cerca speranza”, rendendo ogni gesto di accoglienza un vero atto missionario.
Durante l’omelia, il Papa ha richiamato con forza il cuore dell’identità cristiana: “Tutta la Chiesa è missionaria”. Per questo ha insistito affermando che missione non significa soltanto “partire”, quanto piuttosto “restare”.
“Le frontiere della missione – ha detto – non sono più geografiche, ma umane: sono i volti di chi porta nel cuore la nostalgia di casa, la ferita dell’esilio, la sete di una speranza più grande.”

Lo sguardo del Pontefice si è posato in modo particolare sui migranti, “fratelli e sorelle che hanno dovuto abbandonare la propria terra, attraversando notti di paura e di solitudine”. Quelle barche che cercano un porto sicuro, ha ricordato, “non devono incontrare la freddezza dell’indifferenza, ma la tenerezza dell’accoglienza”.
Richiamando le parole del profeta Abacuc “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti?” il Papa ha ricordato che anche il dolore e l’attesa possono diventare preghiera.
Dio, pur nel silenzio, non abbandona. “Il giusto vivrà per la sua fede”: è in questa fiducia che nasce la speranza, anche nelle notti della storia.
Papa Leone ha indicato nella fede mite e perseverante la vera forza che trasforma il mondo. “Ne basta quanto un granello di senape – ha detto – per fare cose impensabili, perché contiene la potenza dell’amore di Dio.”
La fede non si impone con la forza, ma si offre con la dolcezza; non costruisce muri, ma apre vie di incontro. Da qui nasce l’invito a rinnovare il fuoco della vocazione missionaria: non solo nei religiosi e nelle religiose, ma in ogni battezzato che, nel quotidiano, sceglie di essere segno di Vangelo.
Come ricordava San Paolo VI, “la Chiesa esiste per evangelizzare, per annunciare e insegnare” (Evangelii nuntiandi, 14).
Parole che risuonano ancora oggi come un mandato da rinnovare nel tempo presente, dove l’annuncio passa soprattutto attraverso la testimonianza della carità e la vicinanza alle ferite del mondo.
Papa Leone ha espresso gratitudine per quanti si spendono accanto ai migranti e ai poveri, nelle comunità, nei centri di accoglienza, nei luoghi dove la speranza ha bisogno di mani e di volti. “In quei gesti umili – ha ricordato – cresce il seme della salvezza, una salvezza che non fa rumore ma cambia la storia.” Rivolgendosi infine alla Chiesa europea, Papa Leone ha chiesto un rinnovato slancio missionario: “Abbiamo bisogno di giovani e adulti pronti a donare la vita per il Vangelo, là dove l’umanità attende un segno di speranza.”
Il suo pensiero si è concluso con un affidamento a Maria, prima missionaria del Figlio, che “cammina in fretta verso i monti della Giudea” per portare Gesù e servire Elisabetta. “Lei ci sostenga – ha pregato – perché ciascuno diventi collaboratore del Regno di Cristo, Regno di amore, di giustizia e di pace.”
Con il Giubileo dei missionari e dei migranti, la Chiesa ha ritrovato il senso del suo cammino: una fede che non resta chiusa, ma cammina; un Vangelo che non si predica solo con le parole, ma con la vita. E ogni volta che una mano si tende, che un cuore si apre, lì la missione si compie davvero.
In questo cammino di pastoralità e speranza, si inserisce anche la ricorrenza dei 25 anni dalla canonizzazione del nostro conterraneo e vescovo San Francesco Fogolla, avvenuta il 1° ottobre 2000. La sua vita, donata fino all’estremo per il Vangelo, resta oggi esempio luminoso di coraggio, fedeltà e servizio: un richiamo che unisce la nostra terra lunigianese alle periferie del mondo, trasformando la memoria in ispirazione per nuove vocazioni e nuovi gesti di solidarietà.
Fabio Venturini



