A cinquant’anni dalla morte dell’intellettuale bolognese di nascita, friulano per parte di madre, romano di adozione, tragicamente scomparso il 2 novembe 1975

Su Pier Paolo Pasolini tanto si è scritto e tanto ancora si scriverà, a partire dalle vicende riguardanti la sua morte, il 2 novembre 1975. Apprestandoci però a celebrarne il cinquantesimo anniversario, vale la pena ripercorrere anche la vita di un intellettuale sfaccettato e spesso discusso, che nelle sue opere raccontò le complessità di una società per lui alla deriva, perbenista e conformista.
Pasolini nacque il 5 marzo 1922 a Bologna; tuttavia, i ricordi della gioventù si legano alla terra d’origine della madre, il Friuli, e in particolare al paese di Casarsa della Delizia. Fu in quel luogo “puro e incontaminato” che il giovane Pasolini trovò lo stimolo per la scrittura di alcuni suoi primi componimenti. Tra questi vanno ricordate le Poesie a Casarsa, composte in lingua friulana. Riunite e pubblicate nel 1942, furono notate da Gianfranco Contini, noto filologo, con il quale Pasolini sviluppò una grande amicizia.

A causa dei numerosi spostamenti della famiglia, ricevette la sua istruzione superiore e universitaria a Bologna. Grazie agli eccellenti risultati raggiunti poté concludere il suo percorso liceale con un anno di anticipo ed iscriversi alla facoltà di lettere.
Nel 1945 Pasolini si laureò a pieni voti con una tesi su Giovanni Pascoli; ma nello stesso anno dovette anche convivere con il lutto per la morte del fratello, ucciso nelle ultime fasi della guerra da partigiani comunisti.
Gli anni del dopoguerra lo videro impegnato a Casarsa come insegnante. In alcune opere, come Pagine involontarie, cominciò a fare i conti e a scrivere della propria omosessualità. Si interessò poi alla politica aderendo al partito comunista, e si occupò anche della tutela della lingua friulana, per la quale già da anni aveva fondato assieme ad alcuni amici un’accademia.
Ma tra il 1949 e il 1950 l’accusa di aver compiuto atti osceni e il processo che ne seguì furono la causa del suo licenziamento. Si trasferì a Roma e cominciò a frequentare alcuni letterati come Gadda, Caproni e Bertolucci, ma furono soprattutto le borgate e la gente che le popolava a catturare la sua attenzione.
Fu solo nel 1955 che giunse alla notorietà, con il romanzo Ragazzi di vita, incentrato sul racconto dell’esistenza di alcuni adolescenti romani di estrazione popolare, colti nel loro essere schietti e smaliziati, e alle prese con una vita fatta di espedienti e sotterfugi. Nonostante il grande favore popolare, il libro fu stroncato dalla critica e il contenuto ritenuto scabroso comportò l’avvio di un processo, dal quale Pasolini fu successivamente assolto.
La rappresentazione delle borgate accompagnò Pasolini per tutti gli anni Cinquanta, fino a divenire uno degli elementi più riconoscibili della sua produzione: era infatti il simbolo prefetto di un mondo, quello del sottoproletariato, descritto nei suoi aspetti più reali e concreti, ma anche considerato ancora come puro rispetto all’omologazione allora imperante nella società borghese dettata dal consumismo.

La raccolta di poesie del 1957 Le ceneri di Gramsci già a partire dal titolo si inserì in questo filone, così come il successivo romanzo Una vita violenta, del 1959, che ricevette anche un miglior giudizio della critica.
Questo suo interesse lo si può ritrovare anche nella sua attività di cineasta: la sua esperienza cominciò nel 1954, nel film di Mario Soldati La donna del fiume; tre anni dopo affiancò Federico Fellini nella realizzazione di Le notti di Cabiria. In entrambe le trame Pasolini fu interpellato proprio per la sua capacità di descrivere il mondo del proletariato e le sue sfaccettature.
Negli anni Sessanta si dedicò a numerosi film, tra i quali Accattone (1961), e soprattutto la resa del Vangelo secondo Matteo (1964), che fu accusato di villipendio alla religione. Nel 1966 girò inoltre Uccellini e uccellacci, al quale prese parte come suo ultimo film il celebre Totò.
L’impegno come regista non gli impedì però di pubblicare il romanzo Il sogno di una cosa (1962), scritto nel periodo friulano e fino ad allora inedito. Nel 1968 invece uscì Teorema, romanzo e poi film che fece i conti con le vicende sociali che esplosero proprio in quell’anno.
Nei primi anni Settanta realizzò la Trilogia della vita. Il primo film, tratto da dieci novelle di Boccaccio, fu Il Decameron (1971), a cui seguirono nel 1972 I racconti di Canterbury, tratto dal poeta inglese Geoffrey Chaucer, e Il fiore delle mille e una notte (1974).
Collaborò inoltre con diverse riviste e quotidiani, tra i quali “Il Corriere della Sera”: l’insieme di questi suoi interventi sulla carta stampata andò a costituire gli Scritti corsari (1975), usciti postumi.
Un titolo quantomeno azzeccato: effettivamente, nella varietà dei ruoli ricoperti (quale scrittore, regista, sceneggiatore, poeta), Pasolini fu spesso un uomo solitario e controcorrente, attento critico di una società che, in nome del perbenismo, finiva per rinchiudere le molte sfumature dell’umano.
Un “corsaro” quindi, che però non ha smesso di navigare: il suo fu un monito che ancora oggi molti dovrebbero considerare.
Mattia Moscatelli



