La bellezza, la fatica, l’urgenza dell’educare

Iniziato il nuovo anno scolastico

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Il clima socio-culturale presenta profonde contraddizioni; una matassa non facile da dipanare. Le coordinate del vivere e del convivere sono sottoposte a tensioni tali che rischiano di romperle.
Atteggiamenti di violenza gratuita, fin dall’adolescenza, di rissosità, di arrivismo individuale si rincorrono nelle “notizie dal mondo” e raggiungono, con effetti diversificati, grandi e piccoli. Nei primi generando ora scontento ora sbandamento; nei secondi, una sorta di assuefazione mefitica che piano piano, anche aldilà dello stesso ambiente familiare, diviene “habitus mentale”: la cultura dell’ego, la logica del tutto e subito, l’apparire che innalza il suo primato sull’essere.
Un circolo vizioso da interrompere. Ce lo siamo detto tante volte, con scarso esito. Forse, anche noi ci siamo adagiati su soluzioni semplificatorie, illusi che lo tsunami prima o, poi, passasse da solo.
Forse, anche noi, figli del nostro tempo, siamo caduti nella rete dell’abitudine, della rassegnazione passiva, del “così va il mondo…” Cedendo alla logica del “fare sconti” per evanescenza o crisi valoriale.
Forse abbiamo scambiato l’aggiuntivo con l’essenziale. Se togliamo ciò che è “in più”, quindi transeunte e non essenziale, sfoglia sfoglia ci ritroviamo al cuore del problema. Alle porte di un nuovo anno scolastico la parola più importante da recuperare ripulendola da ogni retorica è: educare.

Foto Siciliani – Gennari/SIR

La matassa può ritrovare qui il bandolo: ricominciare dalla educazione. In una stagione dell’imperialismo dei mercati, ricominciare dall’uomo, dalla persona, dalla sua dignità nell’aiuto reciproco dell’educare e dell’educarsi per riprendere progetti di vita, per riappropriarsi di libertà e responsabilità nel disorientante pluralismo contemporaneo.
Ma educare a cosa? Oggi la parola educazione è declinata su versanti molteplici ognuno dei quali coglie un frammento, pur importante, ma che va coniugato con altri per ricomporre l’intero nella sua complessità, ma anche nella sua piena significatività.
Si parla di educazione alla salute, alla cittadinanza, alla legalità… Tante “educazioni” che danno la sensazione di essere giustapposte e, pur rilevanti, di non far cogliere l’intenzionalità ultima e significativa.
Educare è strutturalmente connesso al vivere. Si educa, e ci si educa, per consentire e consentirci una vita piena, responsabile, libera, eticamente improntata al bene comune, alla relazionalità positiva e generativa di umanità e umanizzazione.
Un cammino che implica sempre dualità perché è nello specchio che l’altro ci offre che possiamo affinare creatività, riflessività, autonomia e cittadinanza attiva. Un percorso mai finito, uno scambio fra persone in cui nessuno dà solamente e nessuno solao riceve. D’altra parte il vivere è crescita non solo sul piano dei saperi ma anche, e soprattutto, su quello dei valori umani e sociali su cui trovare condivisione perché emerga, per tutti, cosa è il bene comune a cui tendere.
È un credere che educare non solo è doveroso, ma possibile e urgente. È rispondere con prontezza, ancora una volta, ai bisogni, alle necessità, alle attese delle giovani generazioni. Essendo, per loro e con loro, come adulti, testimoni di vita e di speranza. Con questi auspici auguriamo ai discenti e ai docenti un sereno, proficuo anno scolastico “2025-26”.