Servono cultura  e intelligenza per “disarmare la comunicazione”

È stata l’esortazione di Papa Leone XIV agli operatori dei mezzi di comunicazione incontrati subito dopo l’elezione. Un tema caro anche a Papa Francesco. E Umberto Eco è sempre stato convinto dell’importanza dell’ emancipazione delle persone rispetto ai messaggi dei media.
Servono strumenti culturali per non subire passivamente i messaggi e non farsi sopraffare dai paradigmi che impongono. È tanto più necessario nel “grande bar” dei social e della comunicazione globale di oggi dove servono “astanti intelligenti”

“Disarmare la comunicazione” è l’esortazione di Papa Leone XIV agli operatori dei media incontrati subito dopo l’elezione. Un tema caro anche a Papa Francesco che in gennaio, in occasione della Giornata Mondiale per le comunicazioni sociali, aveva anche aggiunto: “Non porta mai buoni frutti ridurre la realtà a slogan. Vediamo tutti come – dai talk show televisivi alle guerre verbali sui social media – rischi di prevalere il paradigma della competizione, della contrapposizione, della volontà di dominio e di possesso, della manipolazione dell’opinione pubblica”.
Ma come si “disarma” la comunicazione? E in particolare la comunicazione del sistema dei nuovi media? Ovviamente il tema è complicato.
Gli operatori dei mass media tradizionali ovvero giornali, radio, tv hanno di certo una responsabilità fondamentale, ma non siamo più o non solo in un sistema mediatico dalla forma uno-molti, dove l’informazione proviene da una fonte – chi gestisce i mezzi di informazione – con il potere di far circolare la versione del mondo dominante e arriva ad una foce ovvero alla massa del pubblico.

L’incontro di Papa Leone XIV con i rappresentanti dei media il 12 maggio scorso (Foto Vatican Media/SIR)

Oggi che tutti possono diventare localmente broadcaster e produrre contenuti, nel mondo dell’uno vale uno e in cui la competenza su una materia è diventata un’opinione tra le altre, come si riduce l’inquinamento informativo fatto di fake news, infodemia, post verità?
La risposta è, ovviamente, complessa. E non basta un generico appello ad una comunicazione meno ostile e più civile. Il punto, infatti, non è, probabilmente, contrappore ad una comunicazione “armata” una comunicazione pacifica, ma, piuttosto, comprendere i meccanismi della comunicazione per non venire manipolati da un sistema o da un testo (dove per testo, in senso semiotico, si intende non solo un articolo sulla stampa ma anche un servizio televisivo, un film, un post o un fumetto).
Proprio insegnare il gioco dei media è stato un obiettivo che ha attraversato tutta la produzione accademica, e non solo, di Umberto Eco, che, peraltro, non è stato soltanto semiologo, filosofo, esperto di mass media, romanziere, ma anche il fondatore in Italia del corso di laurea in scienze della comunicazione.
Eco è sempre stato convinto dell’importanza di un processo di alfabetizzazione ed emancipazione delle persone rispetto ai messaggi dei media, prevedendo e anticipando l’importanza che i media avrebbero assunto nel corso del tempo.
Esercitare sempre una azione critica nei confronti degli strumenti di comunicazione è la via che abbiamo per disarmare la comunicazione: significa, in sostanza, conoscere il gioco e diffidare sempre, solo così si disinnesca l’ideologia che un testo (sempre nell’accezione ampia del termine) può contenere.
“Non si dà una notizia se non interpretandola”, sottolineava Eco in  Il costume di casa, “se non altro per il fatto di sceglierla” e “un giornale si fa coi titoli, col loro corpo e col loro carattere, con l’impaginazione e il taglio dell’articolo, con la collocazione in una pagina piuttosto che in un’altra e con tante altre cose. A livello di ciascuno di questi elementi abbiamo altrettanti interventi interpretativi”.
Vale lo stesso discorso per i nuovi media, che danno solo apparentemente, la sensazione di poter costruirsi da soli le proprie trasmissioni, le proprie storie, i propri contenuti, ma di fatto consentono di fare questo mettendo in uso codici culturali comuni a tutti e, spesso, imposti da altri, ad esempio un algoritmo.

“I social network sono un fenomeno positivo
ma danno diritto di parola anche a legioni di imbecilli”

Parafrasando Eco: un post virale si fa con un titolo acchiappa-click, con una contrapposizione tra un buono e un cattivo, con una foto (perché performa meglio), privilegiando temi semplici piuttosto che questioni complesse.
È rimasta famosa, sempre a proposito di Eco, una frase del 2015: “I social network sono un fenomeno positivo ma danno diritto di parola anche a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Ora questi imbecilli hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”.
Criticata da più fronti non era nè una critica ai social, né la frase di un sostenitore di una democrazia elitaria, ma quasi un’esortazione, appunto, ad un approccio critico e intelligente rispetto ai social network ed alla comunicazione in generale.
Eco si limitava a dire che i social non hanno inventato gli imbecilli: i media non creano ma, da sempre, coltivano l’imbecillità, perché aiuta a vendere (spazi pubblicitari, prodotti) o a raccogliere voti.
I social, con tutto l’impatto che hanno in termini economici e di format anche sull’informazione, sono l’upgrade di oggi dei quiz di Mike Bongiorno o dei reality. Nei bar o in piazza spesso però l’imbecille trovava un “astante intelligente” (la citazione è di Michele Smargiassi a proposito della provocazione di Eco) che lo metteva a tacere.
Ecco, nel grande bar dei social e della comunicazione globale di oggi servono astanti intelligenti che mettano a tacere gli scemi del villaggio (globale) e smascherino sia le bufale del web, sia certe ricostruzioni muscolari e in bianco/nero della realtà. Serve una scuola che insegni il gioco della comunicazione e che permetta di imparare a filtrare e comprendere le informazioni.
Servono giornali e giornalisti che verifichino le notizie e non banalizzino quello che banale non è. In definitiva la comunicazione, ora come in passato, si disarma “pensando altrimenti” (altro insegnamento di Eco) rispetto alle forme e alle modalità che in una data epoca vanno per la maggiore. Servono sensati del villaggio.
Tornando alla metafora papale: così come si disarma un’arma da fuoco mettendole la sicura, si disarma la comunicazione acquisendo gli strumenti culturali per non subire passivamente i messaggi dei media, vecchi e nuovi, e per non farsi sopraffare dai paradigmi che impongono.

Chiara Filippi