Il governo ha reso pubblico il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne.
Un’analisi fondata non sui fattori che li hanno determinati ma solo su dati demografici, sancisce una nuova visione per aree rurali e valli alpine e appenniniche: assisterle “in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”

Un’eutanasia delle aree interne dell’Italia: quale altro termine utilizzare per una strategia che individua zone del Paese che, in termini di spopolamento «non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse» e che per questo «hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita»?
A sancire la scelta è un documento redatto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (PSNAI), pubblicato a fine giugno dal Dipartimento per le politiche di coesione.
L’attenzione della politica per la vita nelle valli appenniniche e alpine o nelle aree rurali sembrava stesse vivendo una stagione nuova: dopo i decenni dell’industrializzazione che avevano fatto cadere nell’oblio questo pezzo d’Italia, in cui ancora oggi insistono circa 4 mila Comuni, che insieme fanno quasi il 60% del territorio nazionale e in cui abitano 13 milioni di italiani, da una decina d’anni si è ripreso a discutere di come favorire la vita ed evitare l’emigrazione da quelle che sono state definite con qualche ambiguità lessicale “aree interne”.

Certo, i risultati non sono stati quelli attesi: ha ragione il Ministro per Coesione, Tommaso Foti (FdI), quando afferma che «la programmazione 2014/2020 non è mai stata conclusa. Vi erano a disposizione 1.200 milioni di euro e sono stati spesi ad oggi 450», soprattutto a causa di una governance dei fondi assai farraginosa e uffici dei piccoli comuni privi delle competenze per progettare gli interventi e realizzarli.
Ma l’ultima revisione del piano, quella resa pubblica poche settimane fa, va ben oltre: i tecnici del governo, sulla base di un’analisi basata solo sulle tendenze demografiche ed escludendo qualsiasi altro fattore sociale o politico che le hanno influenzate, hanno classificato l’Italia in quattro ambiti/obiettivi.
Il primo è quello in cui si potrà perseguire un’inversione di tendenza relativamente alla popolazione e riguarda solo «alcune grandi città».
Il secondo verte sull’inversione di tendenza relativamente alle nascite: il Piano dice che questo potrà avvenire in una parte del Paese «ma verosimilmente non in gran parte del Mezzogiorno e nella maggioranza delle Aree interne».
Il terzo ambito si pone come obiettivo l’ancor meno ambizioso “contenimento della riduzione delle nascite” che nelle aree interne passa per «un aumento del numero medio di figli e una progressiva riduzione del saldo migratorio negativo», reso però difficile da un «forte indebolimento della componente giovane-adulta».
Alla fine, per le aree interne, secondo il Piano, non rimane altro che un quarto obiettivo, quello di «accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile». «Ogni Comune – chiosa il Piano al termine dell’analisi – deve poter valutare in quale di queste quattro tipologie si colloca, in base ai dati disponibili sulla situazione demografica e sulle condizioni sociali ed economiche».
Come definire un tale approccio, in cui lo Stato esprime un verdetto e l’ente locale, sulla base di questo, sceglie il suo destino, se non il procurare intenzionalmente e nel suo interesse la morte di un territorio evitandogli troppe sofferenze?
Il ministro Foti ha reagito alle critiche difendendo il PNSAI addirittura come «un inno alle aree interne» e invitando a leggere il Piano per intero.
Il punto è che al di là di una mappatura solo demografica, senza alcun riferimento economico o sociale o di presenza pubblica, nel documento, ricco di dettagli sulla programmazione dei progetti, non si trova una vera e propria strategia.
Oltre all’uso inflazionato e ormai fastidioso della parola “resilienza” e a qualche banale – e spesso già sperimentata – linea guida su trasporto pubblico locale, scuola e servizi pubblici gestiti in forma associata, il governo sottolinea il «ruolo determinante» dei Comuni e la loro «capacità di attivare attorno al Piano soggetti quali il mondo del terzo settore, le forze sociali ed economiche, le fondazioni bancarie ed in generale tutte le reti associative, comunitarie, professionali, anche di natura informale, esistenti ed operanti nel rispetto ambito territoriale»: un modo elegante per dire che ognuno si arrangi come può.
Ma il tema è soprattutto la fragilità indotta dalle scelte politiche e dai tagli strutturali degli ultimi 40 anni, l’aver ignorato a lungo la realtà geografica, sociale e culturale dei luoghi, oggi riscoperti solo come “borghi” attorno ai quali sviluppare un po’ di turismo, in quello che appare come un tradimento dell’art. 3 della Costituzione, là dove parla dell’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’eguaglianza e la partecipazione di tutti i cittadini.
Questo piano, gli ostacoli, invece di rimuoverli, li consacra.
(Davide Tondani)



