Decreto sicurezza: due messaggi dalla Cassazione

La scorsa settimana la Corte di Cassazione ha pubblicato una relazione in cui indica alcuni aspetti critici del Decreto sicurezza. Il massimo organo giurisdizionale italiano non ha emesso una sentenza, ma un documento giuridico redatto dall’ufficio del Massimario, una sorta di centro studi interno che fornisce a magistrati e giuristi strumenti utili per orientarsi o per interpretare nuove norme. Le critiche della Cassazione riguardano il metodo e il merito del provvedimento.

Nel merito viene contestata la scelta di trasformare un disegno di legge già in discussione in Parlamento, senza alcun presupposto di “straordinaria necessità ed urgenza” e viene denunciata la disomogeneità dei contenuti della legge, che interviene su temi tra di loro diversissimi; i rilievi riguardano anche l’uso della decretazione d’urgenza per introdurre 22 tra nuovi reati e aggravanti. Nel merito, i problemi riguardano quasi tutti i contenuti del provvedimento, a partire da quelli più inquietanti, denunciati da giuristi e società civile, dal consentire agli agenti sotto copertura di dirigere e organizzare associazioni terroristico-eversive senza commettere reato, alla trasformazione del blocco stradale in reato, dal nuovo reato di rivolta in carcere, alla nuova aggravante della resistenza a pubblico ufficiale.

Camera dei Deputati
L’aula della Camera dei Deputati riunita in seduta

Il pronunciamento, che certamente orienterà i primi processi in cui le norme del Decreto sicurezza saranno applicate, lancia almeno due messaggi. Il primo: la separazione dei poteri e il complesso dei contrappesi tra organi dello Stato sono un baluardo a presidio della democrazia, contro le pretese del potere esecutivo di potere agire in libertà in nome dell’investitura popolare; tutto ciò assume ancora più valore nei giorni in cui in una democrazia in crisi come gli Stati Uniti, una Corte Suprema di nomina presidenziale ha limitato i poteri dei giudici federali nella disapplicazione degli ordini esecutivi di cui il presidente Trump sta facendo uso disinvolto.

Il secondo messaggio riguarda le pulsioni securitarie proprie del Decreto sicurezza. La Cassazione ha parlato di sproporzionalità delle pene che può sconfinare nell’arbitrio, di criminalizzazione del dissenso, financo di «violazione dei principi costituzionali di tutela della maternità e dell’infanzia» rispetto alla detenzione di donne incinte o madri di bambini sotto un anno di età e di «rischio di violazione dei diritti umani» rispetto al diritto di protesta e di manifestazione. Sono considerazioni che sottolineano l’impronta repressiva del provvedimento, figlio di una forte spinta populista, che può pagare dal punto di vista mediatico, ma alla lunga è incapace di dare soluzione ai problemi sociali, che permarranno nella loro drammaticità, fino a fare invocare in una spirale perversa, nuovi inasprimento delle pene.

Davide Tondani