Lo scorso fine settimana un contestato convegno a Gallarate e un corteo nazionale alla Spezia hanno portato al centro della scena politica italiana un termine dal significato per niente neutro divenuto parola d’ordine dell’estrema destra xenofoba e neonazista di tutta Europa

Un nuovo vocabolo unisce l’estrema destra mondiale: remigrazione. Un termine dal significato apparentemente innocuo o comunque moralmente accettabile che nasconde una proposta politica brutale e disumana.
Lo scorso fine settimana la remigrazione si è definitivamente imposta come parola anche in Italia, con un contestatissimo convegno a Gallarate organizzato dai movimenti europei di estrema destra, ritenuto legittimo dal Ministro dell’Interno Piantedosi e dal sindaco di Gallarate, che ha concesso il teatro comunale, e benedetto dalla presenza del nuovo vicesegretario della Lega, Vannacci.
Contemporaneamente un corteo organizzato da Casa Pound alla Spezia sabato scorso ha radunato sugli stessi temi circa duecento neofascisti, intenti a inneggiare al Ventennio e a fare saluti romani in Piazza Verdi, mentre nel centro storico della città andava in scena una contromanifestazione di sindaci, partiti e società civile con 8 mila presenze, numeri che non si registravano da decenni nel capoluogo del Golfo.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Ma cosa significa remigrazione? A fine Ottocento, nei circoli antisemiti europei, con questo termine fu teorizzato il trasferimento forzato di milioni di ebrei nella colonia francese del Madagascar. Nel 1940, il progetto venne adottato dalla Germania nazista. Il piano naufragò perché l’isola passò dalla Francia – che pareva disposta all’accordo – alla Gran Bretagna.
Dagli anni ‘90 del secolo scorso il Front National francese ha rispolverato la parola remigrazione, ispirando un attivismo politico teso a persuadere le persone migranti a tornare, per loro volontà, nel proprio paese d’origine.
Di remigrazione in tempi recenti ha parlato Alice Weidel, leader dell’Afd tedesca, che ha dichiarato «abbiamo un piano per il futuro della Germania: chiudere completamente le frontiere, respingere ogni viaggiatore senza documenti, cancellare le prestazioni sociali per i non residenti e procedere a rimpatri su larga scala».
Scene molto simili a quelle prefigurate da Weidel si sono viste negli Stati Uniti di Trump. Le foto dei migranti in catene per essere riportati in Guatemala da El Paso, in Texas, con un aereo militare, mettevano in evidenza un ritorno in patria obbligato e violento, per alcuni qualcosa di assimilabile ad una deportazione di massa.

(Foto ANSA/SIR)
Di deportazioni forzate, del resto, ha parlato l’eurodeputato svedese Charlie Weimers, del partito di estrema destra Sweden Democrats. Su impulso di questo partito nel settembre 2024 il governo ha proposto un sussidio fino a 30mila euro da corrispondere a ciascuna persona migrante che decidesse di tornare nel proprio paese di origine. «L’obiettivo – ha chiarito Weimers – è quello di fermare l’afflusso di nuovi migranti e aumentare la remigrazione utilizzando sia la carota sia il bastone».
In Francia il partito di estrema destra di Éric Zemmour ha proposto l’istituzione di un Ministro della remigrazione e in campagna elettorale ha presentato un piano dettagliato per deportare nel giro di cinque anni un milione di persone fuori dalla Francia.
Il partito conservatore del Regno Unito, fino a pochi mesi fa al governo, ha elaborato e sostenuto un piano per deportare migliaia di persone migranti in Ruanda, offrendo 140 milioni di euro al paese africano.
Una misura che riguardava i soli richiedenti asilo e non, come teorizzato dall’ideologo di estrema destra austriaco e organizzatore del Remigration Summit di Gallarate Martin Sellner, anche gli immigrati regolari, e persino i cittadini di origine straniera “non assimilati”, benché nativi del paese di emigrazione.

Sebbene il nuovo primo ministro inglese Starmer ha dichiarato sepolta la legge sulle deportazioni in Ruanda, definendola “disumana e dispendiosa”, un’esperienza nelle sue finalità pratiche non dissimile, quella italiana dei centri in Albania, continua ad essere nell’agenda del governo, che nella sua maggioranza annovera Alessandro Corbetta, capogruppo della Lega al Consiglio regionale della Lombardia, che ben prima del meeting di Gallarate dello scorso fine settimana ha scritto che «in Italia è fondamentale iniziare a discutere seriamente di remigrazione, ovvero il rimpatrio dei clandestini e dei criminali nei Paesi di origine, ma anche di quegli stranieri che scelgono deliberatamente di non volersi integrare».
Insomma, l’inganno semantico è evidente. Remigrazione non è il termine che nel Dopoguerra assunse il connotato neutro utilizzato nelle scienze sociali per indicare il ritorno volontario di una persona migrante nel suo paese di origine per il venire meno delle motivazioni e dei benefici a rimanere nel paese di approdo.
Al contrario, consiste in quell’insieme di condizioni create ad arte perché le persone migranti o di origine migrante se ne vadano, anche attraverso leggi repressive cammuffate da misure di sussistenza. Una sorta di pulizia etnica che eleva la disumanità e la discriminazione razziale a valori “normali” e tollerabili dalla società. Come nei tempi più bui e tragici della storia contemporanea.
(Davide Tondani)



