All’UniTre di Pontremoli l’illuminante lezione del dott. Giuseppe Sansoni. I nemici più subdoli sono i progetti di canalizzazione, il restringimento dell’alveo e l’impermeabilizzazione con la cementificazione del territorio

La Magra è un fiume dalle caratteristiche uniche, grazie alla sua invidiabile eredità biologica e agli indicatori di qualità di gran lunga migliori di quelli della maggior parte dei corsi d’acqua italiani.
Ne ha parlato nei giorni scorsi a Pontremoli il dott. Giuseppe Sandsoni nella lezione tenuta davanti ai soci dell’Università delle Tre. L’esponente di Legambiente, noto per la sua lunga e determinata attività a salvaguardia dell’ambiente fluviale della Lunigiana storica, ha sottolineato come una tale ricchezza rappresenti un patrimonio da tutelare, da conoscere per poterlo difendere.
E Sansoni il fiume Magra lo conosce bene, sia dal punto di vista professionale, sia perché in prima linea per la sua difesa e salvaguardia fin dagli anni Ottanta quando un vasto (e costoso) progetto di canalizzazione del corso d’acqua principale e dei suoi affluenti (Verde e Gordana su tutti) incontrò una tale opposizione da essere infine ritirato.
Eppure quei pochi mesi di cantieri sono stati sufficienti per stravolgere alcuni tratti dei corsi d’acqua, in primis in torrente Verde a Pontremoli, fra il ponte dei Chiosi e la confluenza, come bene si può ancora verificare dalla presenza dei bianchi massi ciclopici da ormai trent’anni lungo gli argini.
“A Pontremoli è iniziata la fase più matura delle mie lotte in difesa della Magra” ha spiegato, perché questo fiume rappresenta “un’eredità invidiabile” arrivata fino a noi dopo milioni di anni, frutto di complesse influenze climatiche, con la presenza di una biodiversità davvero unica.
Da tempo la salute di un fiume non si determina più valutando solo la qualità delle sue acque, bensì da una serie di indicatori che determinano l’Indice Biotico Esteso, determinato dalla comunità di piccoli e piccolissimi macroinvertebrati che vivono nell’alveo e sono indicatori dello stato di salute del fiume.
Come dire che un fiume canalizzato come si voleva ridurre sul finire il Magra negli anni Ottanta poteva avere un’acqua purissima ma sarebbe stato comunque un fiume morto, perché del tutto sconvolto da lavori e arginature.
Il dott. Sansoni ha anche spiegato i fattori che hanno fatto del Magra un corso d’acqua unico; tra questi le elevate diversità climatiche e ambientali dovute, fra l’altro, dalla vicinanza al mare e dalla presenza del sistema montuoso Appennino-Apuane.
C’è poi il fatto di scorrere in un’area di confine fra la zona medioeuropea e quella mediterranea, e l’esistenza – davvero unica – in questa porzione di territorio fra Toscana e Liguria, di ben sei bioclimi diversi. Questi e altri fattori spiegano la preziosa eredità biologica della Magra; ma come difenderla?

Naturalmente evitando di prendere iniziative dannose. L’esempio è proprio l’artificializzazione del corso come quella – “folle” è stata definita – di quattro decenni fa che avrebbero ridotto il fiume a un canale morto. Un progetto devastante quanto dispendioso, fermato grazie ad una grande mobilitazione popolare in tutta la Lunigiana che, nel 1989, portò allo stop definitivo.
Ma anche fermando tutti gli interventi “sciagurati” come quelli che negli ultimi due secoli hanno drasticamente ridotto l’ampiezza degli alvei fluviali aumentando a dismisura i rischi di piene dal picco elevato e dal pericolo sempre crescente.
Due dati in proposito: la larghezza del corso del Vara a Ceparana in poco più di un secolo si è ridotto da 820 a 140 metri e sulle sponde negli ultimi chilometri del Magra prima della foce gli edifici e i cantieri, ancora all’inizio del Novecento erano quasi inesistenti mentre oggi non conoscono interruzione.
Per non parlare di Aulla, dove è ancora ben vivo il ricordo della tragica alluvione del 2011: qui dagli anni Settanta dell’Ottocento al presente l’alveo è stato ristretto da 305 a 145 metri!
“Se si vuole un fiume sicuro – ha spiegato – il deflusso delle acque deve essere rallentato e non certo accelerato” come avviene in caso di canalizzazione dell’alveo. In un fiume “naturale” il picco di piena impiega ore ad essere raggiunto; in uno reso “artificiale” arriva in fretta ed ha un’altezza molto superiore, con grave pericolo per le attività e la presenza umana.
Inoltre la velocità delle acque provoca l’erosione del fondo con conseguenze nefaste come l’abbassamento della superficie freatica e l’avanzamento del cuneo salino con minori quantità di acqua potabile a disposizione e di qualità nettamente inferiore.
Paolo Bissoli



