
Le parole di Papa Francesco alla Curia Romana – «Nei territori palestinesi in guerra sono stati bombardati dei bambini, questa è crudeltà, questa non è guerra» – hanno rinfocolato nei suoi confronti accuse di antisemitismo provenienti dalle comunità ebraiche italiane.
Il percorso di riconciliazione tra Chiesa ed ebraismo condotto da tutti i papi da Giovanni XXIII in poi e le parole dello stesso Francesco, il 2 febbraio 2024 in una lettera “ai fratelli e alle sorelle ebrei di Israele”, in cui il pontefice affermava che «la Chiesa rifiuta ogni forma di antigiudaismo e antisemitismo» denunciandolo come “peccato verso Dio” denotano la pretestuosità delle accuse.
Più interessante è notare come sui grandi quotidiani italiani, i cui editorialisti di punta usano, con più o meno raffinatezza, l’antisemitismo come accusa nei confronti di chi prova ad articolare tesi più complesse di quelle da essi preconfezionate, da molto tempo il Papa compaia sempre di meno, fino ad essere quasi del tutto oscurato, come in occasione del recente viaggio apostolico in Indonesia o delle apertura della porta santa al carcere di Rebibbia. La distanza tra i grandi giornali laici e borghesi e il papato è antica. Solo l’incontenibile forza mediatica di Papa Wojtyla nell’era nascente della comunicazione globale ha costretto per quasi tre decenni i più importanti quotidiani nazionali a non ignorare il suo magistero e le sue dichiarazioni.

Il ritorno al tradizionale distacco tra i grandi giornali e il Papa nasconde però qualcosa di nuovo: la terza guerra mondiale “a pezzi” che si sta combattendo assume i contorni, delineati e propagandati con cura ed efficacia dalla cultura liberal, di una guerra di civiltà in cui le élite europee ed italiane, coinvolte in modo sempre più radicale, non tollerano voci fuori dal coro, immediatamente bollate di putinismo o antisemitismo e destinate in breve tempo a scomparire dalla scena massmediatica. A farne le spese non sono solo intellettuali non allineati, ma autorità politiche come il segretario generale dell’Onu o religiose e morali, come Papa Francesco, reo di denunciare che in Ucraina e in Palestina «la prepotenza dell’invasore prevale sul dialogo».
Nella narrazione neoconservatrice una guerra di civiltà ha bisogno di essere suffragata da elementi sacrali e religiosi: è il ruolo che Kirill svolge a sostegno dell’invasione di Putin, con la contraddittoria riprovazione anche di quegli intellettuali che, palesemente o inconfessabilmente, sognano un papato guida spirituale nella lotta epocale per la libertà contro il nemico russo e il fondamentalismo islamico. Il Vescovo di Roma ha tra i suoi titoli anche quello di Patriarca d’Occidente: non per corroborare le ragioni della guerra ma per coltivare valori ecumenici con cui promuovere dialogo e fraternità universale.
Davide Tondani



