La Camera approva il ddl Sicurezza, quarto provvedimento del governo sull’ordine pubblico. Nuove fattispecie di reato e norme di dubbia costituzionalità alimentano i timori di sigle sindacali, giuristi, magistrati, associazioni di volontariato ed enti umanitari

“Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”: è con questa rubrica omnicomprensiva che la maggioranza parlamentare ha licenziato il disegno di legge “Sicurezza”, pronto per il Senato e l’approvazione entro fine anno.
Dopo i decreti Rave, Cutro e Caivano è il quarto provvedimento, anche questo di iniziativa governativa – ne sono proponenti i ministri di Interno, Giustizia e Difesa, Piantedosi, Nordio e Crosetto – che si pone l’obiettivo di inasprire pene e istituire nuovi reati, alimentando la narrazione secondo la quale criminalità e disordini sociali sono il principale tema di un Paese altrimenti privo di problemi sociali.
Dunque, è difficile non sposare le tesi di chi ritiene che l’ennesimo provvedimento sulla sicurezza è un misto di propaganda e sterile repressione che in molti punti contiene norme di dubbia costituzionalità.

Fuori da un Parlamento in cui la maggioranza farà prevalere i numeri e la minoranza appare incapace di veicolare una narrazione diversa dall’approccio “legge e ordine” della destra, crescono perplessità e timori per la legge in arrivo, che accomunano sigle sindacali, giuristi, magistrati, associazioni di volontariato ed enti umanitari, sconcertati davanti a un testo che specifica venti nuovi reati (per comportamenti comunque già puniti con l’attuale legislazione), promette più carcere e prende di mira quei gruppi o movimenti sociali (nemmeno troppo diffusi, peraltro) tradizionali bersagli del populismo più “trash” di ben identificabili canali di stampa e programmi tv.

Ecco quindi servito ai movimenti più antagonisti per il diritto alla casa, ora che hanno conseguito una imprevista visibilità politica, l’introduzione del reato di «occupazione arbitraria di immobile destinata al domicilio altrui», che punisce chi occupa gli immobili di proprietà d’altri (da 2 a 7 anni di carcere) e chi coopera con l’occupazione, ma anche chi occupa le case pubbliche tenute sfitte.

Per la piccola frangia degli attivisti ambientali più irriducibili, sono introdotte sanzioni penali (non più amministrative) per il reato di blocco stradale o ferroviario, che prevede il carcere fino a due anni; una norma che infligge un duro colpo anche al diritto di tutti i cittadini di manifestare in maniera pacifica, aggravata da un emendamento che prevede l’innalzamento delle pene per chi protesta in modo “minaccioso o violento” contro le grandi opere infrastrutturali, come il Ponte sullo Stretto o il TAV.
Insomma, dissentire rischia di diventare un crimine.

C’è poi una norma che stabilisce la rimozione del rinvio della pena per donne in stato di gravidanza, dal grande contenuto simbolico perché evidentemente pensata per la repressione di un gruppo sociale connotato sul piano culturale, ossia le donne rom, ma che colpirà anche i bambini di madri italiane non certo provenienti dagli strati sociali più benestanti.
In tanto livore non poteva mancare un pensiero per l’immigrazione: nel testo di legge è stato inserito il divieto di vendere una scheda sim con numero di cellulare a stranieri extracomunitari sprovvisti di permesso di soggiorno valido: una norma che otterrà come demenziale conseguenza l’ampliamento del mercato nero delle sim, con inevitabili risvolti in termini di sicurezza: niente male per chi sostiene da sempre l’equazione “immigrazione = terrorismo”.
Il ddl approvato dalla Camera introduce anche la reclusione dai 2 agli 8 anni per chi, all’interno di un carcere o di un Cpr, «promuove, organizza o dirige una rivolta», anche in caso di semplice “resistenza passiva all’esecuzione degli ordini impartiti”. Non si definisce il confine tra rivendicazione e rivolta, ma si punisce anche chi vi partecipa passivamente: anche rifiutare il pasto teoricamente è reato.

Dall’altro lato, il nuovo ddl autorizza gli agenti a portare con sè, anche fuori servizio e anche senza licenza, rivoltelle, pistole di qualunque misura o bastoni animati e viene aumentata di un terzo la pena per reati di violenza, minaccia e di resistenza a un pubblico ufficiale, cancellando la possibilità di considerare eventuali circostanze attenuanti.
Il messaggio politico complessivo è chiaro: nel delicato equilibrio dei rapporti tra l’autorità e il cittadino, lo spostamento dell’ago della bilancia verso i primi è palese e per molti aspetti inquietante. La connotazione autoritaria e l’intolleranza per il dissenso che ispirano le norme non sorprendono, dati i connotati della maggioranza.
Piuttosto, preoccupa la pretesa di governare le tensioni sociali esclusivamente con la repressione, senza il minimo tentativo di affrontare i problemi alla radice, o il coraggio di impostare azioni educative e percorsi di dialogo democratico. Nell’immediato il ritorno elettorale può essere gratificante, nel medio periodo i problemi torneranno a galla, irrisolti.
(Davide Tondani)



