Non tutte le ciambelle riescono col buco

Una riflessione sul voto in Spagna

Il percorso annunciato era molto semplice: partiva dalla netta vittoria del Partito popolare (Pp) e di Vox alle amministrative di maggio; poi le elezioni politiche anticipate decise dal premier in carica, il socialista Sánchez (Psoe); conferma della vittoria del centro più destra estrema; accordo di governo tra queste due componenti. Su questa prospettiva si era gettata a capofitto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, partecipando con un video messaggio al comizio finale del partito dell’amico Santiago Abascal per “dimostrare ancora una volta la grande amicizia che unisce i patrioti italiani e quelli spagnoli di Vox” e contribuire così al loro successo per avviare “una svolta nella politica Europea”. Le cose non sono andate proprio così, giusto per confermare il detto popolare ricordato nel titolo. Il Pp di Feijóo ha ottenuto 136 seggi (+47, 33,1% dei voti); i socialisti di Sanchez si sono fermati a 122 seggi (+2, 31,7%); premiati e penalizzati dal sistema elettorale. Ma il sogno si è infranto contro la netta sconfitta di Vox, che è sceso a quota 33 (-19 seggi, 12,4% dei voti), rendendo così inutile il successo dei Popolari in ordine alla formazione di un governo di coalizione tra questi e la destra estrema. Anche Sumar, la coalizione di sinistra, ha perso: 31 seggi (- 7, 12,3%), ma i numeri messi assieme dagli altri partiti minori, territoriali o secessionisti come i catalani, non escludono del tutto la possibilità di un governo Psoe più sinistra estrema, con appoggio (magari esterno) delle formazioni minori e Sánchez di nuovo alla guida. Fa notizia l’affluenza del 70%, non data per scontata vista la stagione. Fin qui le schermaglie tra schieramenti, ma i dati reali usciti dalle urne pongono dubbi e interrogativi ben più preoccupanti. Ci son diversi livelli di lettura – dentro e fuori dai confini spagnoli – dei risultati delle elezioni di domenica, alla luce del momento politico che l’Europa nel suo insieme sta vivendo. L’entusiasmo di Meloni per i “patrioti” non è senza motivo. Sovranisti e populisti sono al governo in diversi Stati (compreso, naturalmente il nostro) e non nascondono la speranza di ribaltare le alleanze a livello Ue con il voto europeo del prossimo anno. In questo “gioco” Meloni vorrebbe avere un ruolo di primo piano, se non di leader tout court. L’idea, dopo una eventuale vittoria dei partititi di centro e di destra, sarebbe quella di accogliere nel Partito popolare europeo le formazioni ultra conservatrici o stabilire con esse alleanze per tagliar fuori in tal modo i partiti di sinistra. Tutto questo non potrebbe avvenire senza pesanti conseguenze sul percorso di integrazione comunitaria, che già fatica ad affermarsi. Ne risentirebbe il principio di solidarietà tra popoli e Stati sul quale quell’idea si basa, soffocato dal prevalere di interessi nazionali, di parte o di partito.

Antonio Ricci