I soldi servono ma non bastano

Anche se appare come una di quella proposte che non si sa bene a cosa possano servire e che sembrano destinate a scomparire alla prima prova di credibilità, quella presentata da cinque deputati della Lega, ribattezzata “bonus matrimonio”, merita di essere valutata con un minimo di attenzione. Quando si parla di matrimonio, infatti – o anche di natalità – ci si riferisce a temi talmente complessi da far pensare che non sia proprio il caso di buttarcisi a corpo morto con l’annuncio di provvedimenti abborracciati e, alla fin fine, inutili.
È vero, ci si sposa sempre di meno; così come è vero che nascono sempre meno bambini. Lo abbiamo scritto più volte e il problema non lo abbiamo di certo scoperto noi. Ma unire due vite “fin che morte non ci separi” – pur in presenza della possibilità del divorzio – non è e non può essere visto come un puro calcolo economico. Questa componente è importante, ma non sufficiente a spiegare il calo dei matrimoni, sia religiosi che civili. Lo stesso vale per i figli: non basta “dare dei soldi” a una coppia per invogliarla a generare. Certo, nessuno è disposto, per scelta, a far crescere i figli nella povertà, ma anche in questo caso l’aspetto economico non spiega tutto.
Per favorire la scelta del matrimonio non serve un bonus calato nel deserto; servono politiche familiari mirate e segnate da una coerenza che le renda costanti nel tempo. È tutta la società che deve contribuire al diffondersi di un rinnovato spirito favorevole al matrimonio, così come alla natalità: fin troppo banale è l’esempio di una pianta, alla quale non basta un bel vaso per crescere bene. A complicare ulteriormente la questione sta il fatto che nella proposta di legge si parlava di aiuti a chi scegliesse il matrimonio in chiesa.
A parte i problemi di costituzionalità di una norma così pensata, tutte le contrarietà sopra esposte trovano conferma e sono rincarate se si va a toccare il sacramento del matrimonio. Prendiamo a prestito le parole lapidarie di mons. Vincenzo Paglia, presidente della pontificia Accademia per la Vita: “Il matrimonio cristiano è una scelta d’amore per formare una famiglia, una scelta di fede, libera. Il matrimonio per la Chiesa è un sacramento e un sacramento non si compra”. Inutile aggiungere altro.
A seguito delle critiche piovute da ogni parte, compreso Palazzo Chigi, c’è stata subito una correzione di rotta, con cancellazione del limite al matrimonio in chiesa e dichiarazione di voler aiutare i settori commerciali legati alle nozze. Dalla padella alla brace perché se la detrazione del 20% può raggiungere un massimo di 20mila euro, vuol dire che si ipotizza che per un matrimonio si possano spendere almeno fino a 100mila euro, con buona pace di tutte le crisi e degli stati di povertà. Anche qui è inutile aggiungere commenti.

Antonio Ricci

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