I giudizi sospesi: l’avventura difficile di scovare il senso del nostro vivere

Una narrazione imponente quella che ci presenta il romanzo I giudizi sospesi (pagg. 492, euro 20, Mondadori, 2022) di Silvia Dai Pra’, di padre friulano e madre di Pontremoli, dove è nata nel 1977, si è formata a Massa e ora vive e insegna a Roma. Abbiamo già letto sue pubblicazioni, alcune relative al curriculum universitario su I vicerè di Federico De Roberto e su Elsa Morante per il dottorato; di soggetto autobiografico La bambina felice, sulla esperienza di insegnante in una scuola serale a Ostia Quelli che però è lo stesso, in memoria della nonna profuga dall’Istria Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria. Il nuovo libro assume la forma propria del genere letterario romanzo.
La fabula (intreccio) è dettagliata, riproduce le vicende di quella “solitudine affollata” della famiglia Giovanetti delimitata nel tempo (1998-2023) e nello spazio: il piccolo paese gravitante su Roma, dove i genitori insegnano e i figli studiano. Gli eventi quotidiani, le relazioni, gli incontri danno spessore ai personaggi, la loro identità psicologica e culturale risalta in modo vivo, efficace, interagiscono dentro un sistema che l’autrice riesce a tenere sempre coerente, organico e controllato.
Il lettore ha l’impressione di sfogliare un romanzo di formazione, infatti già nelle prime pagine il padre Mauro, professore autorevole di filosofia al liceo classico “Lucrezio Caro” e che affascina per la sua bellezza le studentesse, discute con la moglie e col figlio minore Felix su L’educazione sentimentale di Flaubert, ma ne mette in discussione l’intento pedagogico: inquietanti sono gli interrogativi interiori e i dubbi: alla fine della vita non abbiamo imparato nulla? I nostri giudizi, richiamando il titolo del romanzo, sono sospesi? Quello che abbiamo valutato pulito, positivo nasconde la sua immancabile “sporcizia”? Lo trovano il senso del vivere i due figli della coppia?
Le previsioni sul loro futuro sono entusiasmanti: Perla è un genio, è preziosa come comporta il suo nome, intelligentissima già la vedono ammessa alla Scuola Normale di Pisa, si lega sentimentalmente a Giacomo che si fa chiamare James perché gli crea problemi chiamarsi come Leopardi; si crea una continua divergenza di giudizio critico, che procede in tutta la vicenda, la sua storia suscita giudizi e sentimenti antitetici. Il figlio minore Felix ( ha un nomen-omen = nel nome c’è il buon presagio) è l’io narrante di tutta la storia, viene visto e si sente figlio sbagliato, solidale e intelligente è però oscurato dall’enfasi delle lodi alla sorella.
Tanta materia narrativa permette alla scrittrice Silvia Dai Pra’ di esprimere conoscenze e fondamenti di una sua buona cultura, traspare interesse per la letteratura, sa suggerire emozioni e rivela sensibilità verso quel manzoniano “guazzabuglio del cuore umano”. Originale nella stesura del racconto, tiene, comunque, conto di modelli letterari, specialmente il romanzo americano del Novecento, che si regge sul fitto dialogo (tanto caro e imitato da Pavese) e i personaggi assumono la loro interiore fisionomia non con descrizioni in terza persona ma parlando fra loro con un linguaggio realistico, immediatamente espressivo ma depurato rispetto ai nuovi mezzi di comunicazione digitale che hanno cambiato i connotati del codice linguistico e anche questo romanzo lo prova.
Chi ha una certa età non è assuefatto e con un certo disagio legge l’insistito intercalare di interiezioni, figure etimologiche e altri registri linguistici attinenti a vocativi e a un frasario erotico, sessuale e fecale. Siamo bacchettoni, quindi non sappiamo adeguarci alle scelte lessicali oggi adottate?
Non manca l’attenzione al mondo della provincia su cui si poggia lo sguardo critico in positivo e in negativo dell’autrice, che da esso proviene. Un romanzo che dà soddisfazione a leggerlo, ha qualche sottofondo storico e sociologico e un finale sorprendente, di ambivalenza che lascia sospeso il giudizio sulla sofferta visione della vita di una famiglia. L’io narrante Felix in una ambientazione di stretta attualità si domanda come resistere in un “lago d’indifferenza” citando l’amato Montale, la risposta è buttarsi nell’avventura difficile di scovare il senso del nostro vivere: sta nascosto, ma c’è.

Maria Luisa Simoncelli

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