Un Classico per l’Estate
“Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg non è soltanto un classico che ripercorre l’infanzia e la giovinezza dell’autrice nell’Italia del fascismo, attraverso le frasi e i modi di dire del suo nido domestico, ma è anche inevitabilmente uno specchio del nostro presente. “Nel corso della mia infanzia e adolescenza mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito.”
Il romanzo sembra quasi sia diviso a metà, scandite dalla crescita dell’autrice. Nella prima parte, Ginzburg ci racconta in modo quasi fiabesco ed allegorico della sua infanzia, frenandosi dal giudicare gli episodi famigliari, rischio del tutto lecito, poiché da adulti si guarda con un’altra consapevolezza la propria infanzia. La sua fanciullezza si riflette altresì nello stile narrativo, caratterizzato da una sintassi semplice, frasi brevi senza un uso spropositato dell’ipotassi.
Dopo la prima il ritmo accelera, prorogandosi molto avanti nel tempo, sino al secondo matrimonio dell’autrice. La sintassi si fa più complessa e le descrizioni – ambito in cui la Ginzburg eccelle – diventano via via più dettagliate. Ormai la figura dell’autrice coincide con quella della narratrice, che però poco si racconta: non ci svela mai fino in fondo come abbia vissuto in prima persona i fatti della sua vita, sia quando l’atmosfera è spensierata, sia quando diventa cupa, incombente e drammatica.
Il critico letterario Giacomo Magrini, nel suo saggio dedicato a Lessico Famigliare descrive questa scelta dell’autrice di rimanere pura testimone della sua stessa storia come “oltranza di riserbo”, indicando appunto come Ginzburg si sottragga deliberatamente dal descrivere i fatti più intensi della sua vita, come matrimoni, lutti o il proprio dolore. La conclusione del è un cerchio che si chiude con l’inizio di quella che possiamo descrivere come una lunga favola. Il romanzo termina con un lungo dialogo tra la madre e il padre dell’autrice che ricordano con una felice nostalgia quello che è il “lessico” introdotto dagli stessi già nelle prime pagine.
Concludendo il romanzo ci si ferma a riflettere: la realtà descritta da Natalia Ginzburg è davvero così lontana dal nostro quotidiano? La risposta è no. Certo, dinamiche e contesti sono cambiati, ma non quella che la natura drammatica e ciclica delle dinamiche umane. Oggi come ieri siamo circondati da eventi tragici che ci offuscano la mente con le preoccupazioni per un futuro incerto.
In questa nebbia però, l’uomo si salva ricorrendo al proprio “lessico” fatto di battute con i propri amici e le storie di famiglia. Leggere Lessico Famigliare oggi ci fa rendere conto di quanto la natura umana non sia affatto cambiata: di fronte alle grandi tragedie, il nostro primo istinto resta quello di aggrapparci alla vita di tutti i giorni e alle parole di sempre.
“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase, una di quelle antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia (…) per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole.”
Emma Tarantola



