“Alika è stato trattato peggio di un animale”

“Oggi impera il terrore di immischiarsi, una paura che, diventando scenografica e spettacolare, rappresenta una maggiore esaltazione dello spirito di violenza; ma io credo vada fatta una scelta di fondo verso la non violenza e l’attenzione ai più deboli.” Sono le parole con le quali il parroco dell’unità pastorale San Pietro-Cristo Re di Civitanova Marche, don Mario Colabianchi, prova a commentare a caldo quanto avvenuto, in pieno centro città, ad Alika Ogorchukwu, nigeriano di 39 anni, sposato, padre di un bambino, preso a bastonate fino alla morte da un italiano di 32 anni originario di Salerno, reo, sembra, di aver fatto apprezzamenti su una donna. Se, da un lato, il fatto ha lasciato sgomenta l’intera cittadina marchigiana, va anche detto che in rete circola un video girato da chi, nell’indifferenza generale, invece di intervenire, ha filmato l’orrore.
Don Mario conosceva Ogorchukwu, venditore ambulante di fazzoletti e piccoli accessori: “Era un uomo mite, veniva a bussare anche alla mia porta e a mia volta, aiutandolo, gli ricordavo che non basta portare il rosario al collo, occorre vivere coerentemente la fede cristiana”. La giustizia, aggiunge il parroco, “va invocata e, per vincere il male, non va sottomessa alla logica della vendetta”, specie in questo tempo particolare in cui è urgente “percorrere la strada delle relazioni, attraverso la ricerca del bene, nel senso dell’accoglienza, sfatando il criterio amico/nemico, la dinamica della supremazia, per coltivare semi di fraternità e riconciliazione”.
“La nostra – conclude il sacerdote – è una terra accogliente, nelle Marche non siamo razzisti. Il problema non è il colore della pelle: diventa razzismo ciò che sa di scarto, di insensibilità e questo nell’animo dei marchigiani non alberga. Tuttavia, siamo chiamati, tutti, ad educarci di più al senso della comunità, per superare quell’individualismo che un po’ appartiene alla nostra indole e alla cultura contadina”.
Parole che trovano riscontro, sia pure con toni più decisi, nelle dichiarazioni che don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, ha rilasciato ad Agenzia Sir.
“L’uomo che è stato ucciso era uno straniero di colore, chiedeva l’elemosina ed era disabile. Una persona, azzardo a dire, che agli occhi di un certo mondo, probabilmente non aveva i requisiti del rispetto e della dignità. E l’uomo che lo ha ucciso forse si è sentito in obbligo, in dovere non so, di punirlo, fino a ucciderlo. Una cosa bestiale”.
Quanto al mancato intervento dei presenti, che hanno provveduto a filmare la scena, don Albanesi ritiene che “la nostra società ha concentrato su di sé il proprio interesse e la propria attenzione e quindi il pensiero del ‘chi me lo fa fare’ è divenuto ancora più forte, più pressante”. “Lo straniero va bene fino a che raccoglie pomodori, magari in condizioni disumane, o accudisce i nostri vecchi, quando esce da questo recinto ecco subito scatenarsi un accanimento violento contro chi potrebbe sottrarci qualcosa”.

Agensir

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