Nella tragedia della pestilenza a Pontremoli prende corpo un desiderio antico

Cullato già da oltre un secolo

L’interno del Duomo di Pontremoli

I drammi che la pestilenza del 1622 aveva portato sul territorio della Comunità pontremolese con la scomparsa di oltre 3.000 persone non permise certo di valutare altri problemi se non quello di domandare alla Vergine Maria di mettere fine alla tragedia.

Così, nel 1630, il solo sentore di una nuova pestilenza che si stava diffondendo in Italia e già stava manifestandosi nel pontremolese, si dice addirittura con i primi casi nella parrocchia di Santa Cristina, il ricorso alla Vergine fu immediato e il piccolo oratorio, sito nella piazza di sopra, accolse nuovamente, indifferenti ai pericoli, autorità e popolo per rinnovare un voto nel quale si riponeva la più assoluta speranza.
Questa volta, però, fu chiaro che non poteva essere sufficiente offrire quanto determinato in passato, ma si dovesse guardare a concretizzare una riconoscenza che mettesse in evidenza il valore che Pontremoli voleva dare alla sua devozione alla Madonna che, con tanta sollecitudine, aveva corrisposto alle sue preghiere.
L’impegno di “errigere un tempio ad honore della gloriosissima Vergine nel luogo dove è la chiesa di Santa Maria di Piazza o in altro luogo che più piacerà sotto il titolo di Madonna del Popolo di Pontremoli, sontuoso, nobile e capace del Popolo quanto sia possibile”, rivela la chiara intenzione di chiedere il voluto soccorso, ma anche la prospettiva di dare finalmente concretezza ad un progetto che da almeno 150 anni stava cercando i dovuti motivi per essere realizzato.
I pontremolesi infatti, fin dal secondo Quattrocento, quando Galeazzo Maria Sforza progettò di elevare Pontremoli a sede di diocesi trovando però l’opposizione delle potenze che guardavano alla Lunigiana a difesa dei loro interessi, avevano in cuore la prospettiva di potere realizzare un luogo idoneo che potesse dare corpo al sogno.
Le diverse ipotesi messe in campo di utilizzare una delle parrocchiali presenti in città si scontravano con un’organizzazione urbana che impediva di potere fare conto sull’esistente e richiedeva un progetto nuovo che andò formandosi lentamente al punto che, alla fine del 500, si ipotizzò “che la fabbrica di detto duomo o coleggiata” dovesse farsi “dalla salla grande del Palazzo in giù verso S. Giovanni dalla Piazza fino alla Magra”, ovvero in piazza di sotto proprio a fianco del palazzo comunale.
Le impellenze proposte dalle due pestilenze, ma soprattutto lo stato sempre precario che da tempo veniva proponendo il piccolo oratorio di Santa Maria di Piazza – per quanto di competenza dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, da tempo presente in Pontremoli con diverse proprietà, ora gestito dopo varie vicende dalla Confraternita del Santissimo Rosario – aprì uno spiraglio nuovo per il quale la prospettiva di sovrapporre il nuovo tempio all’antica chiesa, per altro già intitolata a Maria, parve subito la soluzione ideale.
Era, quindi, tempo di guardare avanti, al di là delle enormi difficoltà che il presente continuava a proporre a tutti i livelli, anche perché l’ambizione di potere assurgere a tempo debito a sede vescovile stava da tempo trovando una ragione di essere nel fatto che i vescovi di Brugnato usavano trascorrere parte dell’anno nel palazzo posto a fianco della chiesa di San Pietro, che dalla diocesi brugnatense appunto dipendeva. 
Fu un lungo processo che impegnò immediatamente la comunità, al punto che non solo la chiesa fu aperta al culto già nel 1647, ma si puntò a seguire quell’itinerario di crescita che fosse il presupposto per la concessione della cattedra vescovile, primo fra tutti quello di avere il titolo di collegiata, come avvenne nel 1721, quando la nuova chiesa non solo assunse la funzione parrocchiale, ma anche il titolo definitivo di Santa Maria Assunta. 
Saranno le contingenze politiche legate al passaggio di Pontremoli al Granducato di Toscana a dare una svolta al desiderio perché era evidente quanto fosse improponibile il fatto che una grossa fetta di territorio toscano potesse essere gestito a livello ecclesiale da due diocesi di competenza di un altro Stato.
Quando, nel 1778, Pietro Leopoldo di Toscana dichiarò Pontremoli città nobile, nel Motu Proprio veniva evidenziata chiaramente l’anomalia amministrativa e si dichiarava che era impellente “sollecitare a Roma l’ellezione di un nuovo vescovo a Pontremoli che avesse sotto di sé tutta la Lunigiana (…)”. 
Il decreto di elezione della nuova diocesi sarà emesso nel gennaio del 1787, ma i Pontremolesi dovranno aspettare altri dieci anni prima di vedere realizzato concretamente il loro sogno.
(lb)

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