Macron vince ma non può esultare

(Foto ANSA/SIR)

La rielezione di Emanuel Macron al secondo turno delle Presidenziali francesi può essere concentrata in tre numeri: la sua vittoria con poco più del 58% dei voti; la sconfitta di Marine Le Pen, salita al 41%; il 28% di astenuti, ai quali si aggiunge il 10% di schede bianche e nulle. Dal 2002 (allora toccò a Jacques Chirac, che sconfisse Jean-Marie Le Pen, padre di Marine), Macron è il primo presidente ad ottenere la rielezione, sia pure con un consistente calo di consensi: aveva ottenuto il 66% nel 2017.
Una vittoria che per molti osservatori richiama quella di Pirro, visto che a giugno sarà già messa alla prova dalle lezioni amministrative, che potrebbero portare alla cosiddetta coabitazione con il leader della sinistra, Jean-Luc Mélanchon, come primo ministro. In queste elezioni Macron, perduto il vantaggio della novità, ha pagato cinque anni di una linea politica incapace di dare risposte ai tanti malesseri del Paese. L’atteso aiuto da parte degli elettori di sinistra gli ha permesso di vincere ma non di trionfare né, tanto meno, di pensare di potersi adagiare sugli allori.
È pur vero che con il sistema presidenziale francese le polemiche dibattute in campagna elettorale fanno presto a sgonfiarsi, visto che la leva del comando è saldamente nelle mani del vincitore. È altrettanto vero che Mélenchon, rappresentante del terzo polo dell’elettorato francese, potrebbe trarre grande vantaggio dall’esercizio del ruolo di primo ministro in riferimento alle prossime presidenziali.
Va pure detto che Macron ha avuto la “fortuna” di avere come avversaria un’esponente dell’estrema destra. Marine Le Pen ha realizzato un bell’exploit ma l’impressione è che con il suo 41% abbia raggiunto il massimo e che difficilmente potrà oltrepassare questa linea. Nonostante l’aiuto fornitole da Éric Zemmour che, piazzandosi alla sua destra, le ha dato modo di apparire più moderata, sembra infatti impossibile che possa modificare ulteriormente il suo profilo politico senza correre il rischio di perdere a destra quello che potrebbe guadagnare al centro.
C’è poi il terzo dato: quello dell’astensione che potrebbe trasformarsi in consenso a favore di un futuro candidato di centro-sinistra perché tutti concordano nel riconoscere che sono stati in gran parte gli elettori di sinistra a disertare le urne per non andare ad ingrossare il “fronte repubblicano”. Macron, da parte sua, nel discorso dopo la vittoria, ha dichiarato di aver capito la lezione e di sentirsi obbligato nei confronti degli elettori che, nonostante le divergenze di idee, lo hanno votato per senso del dovere e di attaccamento alla Repubblica.
Allo stesso modo, ha assicurato che cercherà di rispondere anche alle attese di coloro che si sono astenuti. Qualcosa del genere promise anche cinque anni fa, resta da vedere se nei prossimi cinque saprà essere più fedele alle sue promesse.

Antonio Ricci

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