P. Mario Vaccari, un vescovo “con sandali e saio”

Intervista al vescovo eletto p. Mario Vaccari. “La mia vocazione? Nasce dall’incontro con i poveri e i disagiati e dalla scoperta graduale della Parola”. “Amo molto la Regola di Vita di San Francesco, il suo Testamento, le sue preghiere”

Il vescovo eletto accolto in cattedrale a Massa dal vescovo Gianni martedì 1° marzo

Quando l’Amministratore apostolico mons. Gianni Ambrosio, al termine di un momento di preghiera che si è tenuto in Cattedrale a Massa ha annunciato la nomina di P. Mario Vaccari alla guida della nostra diocesi ha aggiunto: “Il vescovo eletto arriva a piedi nudi, con i sandali e con il saio”.
Abbiamo chiesto a padre Mario di raccontarci qualcosa della sua vita e della sua vocazione.

P. Mario, vescovo eletto della diocesi di Massa Carrara – Pontremoli

Lei è ligure, e a Genova ha trascorso una parte della sua vita. Cosa le rimane di quella città? “
Mi è rimasto molto, credo. L’amore per il mare, i monti che vi si immergono, il vento… il centro storico, il porto… ma poi anche le ferite della città, le grandi industrie che hanno chiuso, la ferita del ponte Morandi, le periferie con le case popolari… la ricerca di una nuova vocazione della città”.

La sua famiglia, in particolare suo padre, gestiva la Ceramica Vaccari a Ponzano Magra, azienda impostata sulla “concezione cristiana del lavoro”, che tanto ha contribuito allo sviluppo economico del territorio. Cosa ricorda di quegli anni?
“Sono cresciuto con mio papà che partiva tutti lunedì mattina e tornava il sabato pomeriggio. Noi stavamo a Genova e lui andava a lavorare a Ponzano. Nei primi anni ’70 la fabbrica è fallita e la mia famiglia ha perso tutto, casa compresa. Ricordo quegli anni da adolescente quando i miei genitori si sono rimboccati le maniche ed entrambi hanno cercato un lavoro che grazie a Dio hanno trovato. Dopo la scuola i miei due fratelli ed io abbiamo imparato a fare i lavori di casa… i nostri genitori non ci hanno mai fatto mancare niente”.

E’ mai tornato a Ponzano?
“Dopo molti anni, nel 1991, ci sono ritornato con mio papà durante l’anno di postulato nel convento di Levanto. Neanche mio padre era mai più ritornato lì. Dopo alcune decine di minuti, scesi dall’auto di fronte alla chiesetta dedicata a San Carlo, costruita dai miei nonni in mezzo al villaggio degli operai, alcuni ex operai, che lì abitavano, l’hanno riconosciuto e lo hanno accolto con abbracci e lacrime abbondanti… Lì mi sono reso conto di quanto bene lui, e chi lo aveva preceduto nella conduzione della fabbrica, avevano seminato. È stato un grande momento di riconciliazione per mio papà e per noi di toccare con mano un grande lavoro fatto nel campo della cura sociale nel lavoro industriale”.

Dalla sua biografia risulta che ha esercitato la professione di commercialista. Come è stato il suo rapporto con il mondo del lavoro?
“Molto importante per me il rapporto col mondo del lavoro, della produzione, del commercio… in fondo con l’Economia. Per anni ho cercato di vivere il mio lavoro da commercialista in coerenza con il Vangelo che nel frattempo stava entrando nella mia vita. Non era facile ma si poteva riuscire. Lavorando anche nel centro storico di Genova con l’Associazione IL CE.STO per l’integrazione dei giovani del quartiere ho toccato con mano quanto un lavoro sicuro e onesto dia dignità alla persona”.

Come è nata la sua vocazione religiosa?
“Sintetizzerei la scoperta della mia vocazione in due direttrici su cui ho camminato per anni senza sapere dove mi avrebbero portato. La prima è l’incontro con i poveri, proprio le famiglie disagiate del Centro Storico di Genova; negli anni Ottanta non c’era l’immigrazione straniera ma ancora quella dal sud Italia; famiglie che cercavano o avevano trovato lavoro nelle grandi aziende pubbliche o portuali. La seconda la scoperta graduale della Parola di Dio attraverso i “Campi Bibbia” organizzati dagli Scout dell’AGESCI. Ricordo don Rinaldo Fabris, professore di Sacra Scrittura, che pian piano ci faceva entrare nella spiritualità dell’Esodo, dei Profeti, delle Lettere di San Paolo… Importanti anche alcuni pellegrinaggi fatti sotto la sua guida: in Turchia e Grecia sulle orme di San Paolo, in Siria e Giordania sulle orme di Abramo… Poi la conoscenza puntuale dei frati francescani alla ‘Madonna del Monte’ a Genova ha fatto il resto!”

C’è una parola di San Francesco che l’ha accompagnata in questi anni?
“Amo molto la sua Regola di Vita approvata dal Papa e anche quella ‘non bollata’ (che è precedente), il suo Testamento, in generale le sue preghiere. Ma se devo dire tutto in poche parole: Frate Minore. Queste due parole sintetizzano tutta la spiritualità francescana. Essere fratelli e minori in questo modo e nella missione…” Nella lettera di saluto alla Diocesi ha accennato alla ‘lavanda dei piedi’ come ‘regola’ del rapporto tra ‘ministri’ e i ‘frati’.

Potrebbe approfondire questo passaggio?
“Il racconto dei gesti di Gesù del Cap. 13 del Vangelo di Giovanni ci dà l’esempio perché noi possiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. Mi sembra un modo molto valido per costruire rapporti fraterni partendo dall’ascolto dell’altro, dal basso senza pregiudizi, rinunciando alle proprie valutazioni ma cercando di entrare davvero nel modo di pensare e di percepire dell’altro. Da qui parte la compassione, la misericordia e la tenerezza… Tuttavia si entra alle volte nel peccato dell’altro e qui ci vuole un supplemento di misericordia che, se è autentica, fa anche operazione di verità e sbocca nella correzione fraterna”.

Renato Bruschi

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