A colloquio con don Lucio Filippi che ad Aulla guida cinque parrocchie

Vicino alle persone, sulla strada della nuova evangelizzazione

Don Lucio Filippi (foto Walter Massari)

Sono trascorsi quasi quattro anni da quando don Lucio Filippi si è congedato dalle comunità parrocchiali della Valle del Caprio per assumere la guida di quelle di Aulla, l’area urbana più grande della Lunigiana.
Gli abbiamo chiesto di stilare un primo bilancio di questa nuova esperienza e don Lucio non si sottrae: “Sarei rimasto volentieri nella Valle del Caprio – esordisce – ma poi bisogna lasciarsi portare. In questi quattro anni la situazione che avevo trovato è cambiata: non ci sono più vicari parrocchiali, non ci sono più le suore che portavano avanti la scuola dell’infanzia e il servizio in parrocchia. Nel frattempo è arrivata la comunità religiosa dei Discepoli che in parte suppliscono il vicario parrocchiale. Poi il coronavirus ha sconvolto la comunità: ha minato la già fragile appartenenza alla comunità cristiana e la partecipazione ai sacramenti e ai percorsi di evangelizzazione. Per fortuna in ognuna delle cinque parrocchie a me affidate c’è un gruppo di corresponsabili che collaborano con passione e competenza”.

Aulla vive ancora gli effetti della tragica alluvione del 2011: quale situazione vedi?
“L’alluvione ha dato uno scossone al tessuto della comunità, ha contribuito al calo delle attività lavorative, ha lasciato sotto traccia traumi e difficoltà economiche e potrebbe aver intaccato anche la fede. C’è da dire che forse una mano dall’alto ha protetto: si è rischiata una catastrofe di vite umane ben più grande. C’è stata grande solidarietà che ha suscitato gratitudine, ammirazione e incoraggiamento”.

Le tue cinque parrocchie sono centri di fede, di cultura e di accoglienza…
“C’ è un buon numero di volontari in tutte le parrocchie, specialmente in San Caprasio dove si cura l’accoglienza dei pellegrini. Per l’accoglienza delle persone in difficoltà ci sono i volontari della Caritas. La promozione della cultura è garantita dall’Associazione Amici di san Caprasio e dal Museo. In tutte c’è chi provvede alla iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi e alla cura delle chiese”. Sei soddisfatto? “No. Le parrocchie non sono centri di servizi. Viviamo un trapasso impressionante: pratica e trasmissione della fede vanno affievolendosi. La scristianizzazione avanza veloce, soprattutto nelle giovani generazioni. Stranamente i genitori continuano a chiedere i sacramenti per i figli, ma non per sé. Dobbiamo chiederci: quali indicazioni dobbiamo trarre da questa pandemia spirituale?”

In San Caprasio è in corso un importante progetto della Diocesi che vuole farne un Centro Caritas. Una sfida importante…
“Si sta realizzando la trasformazione del vecchio asilo in Centro della Caritas pensato dopo l’alluvione come segno permanente della carità organizzata a servizio della parrocchia, del vicariato e in parte per tutta la Lunigiana. Oltre alla distribuzione di viveri e vestiti già in corso da tempo, ospiterà il Centro di Ascolto che pure opera con efficacia. Ci saranno posti letto per chi ha bisogno di un alloggio temporaneo, una sala per un pasto caldo e il Centro Aiuto alla Vita per il sostegno della maternità e spazi per la formazione. La sfida è ampliare il numero e la competenza dei volontari, da tutta la Lunigiana, che esprimano la carità che deriva dalla vita di fede alimentata in parrocchia”

Nonostante la partenza delle suore avete mantenuto la scuola materna parrocchiale…
“Dal luglio 2020 le suore Figlie di Gesù, presenti ad Aulla da 90 anni, hanno lasciato la casa cedendola alla diocesi. La vita consacrata è una ricchezza per la chiesa locale e ora viene a mancare. C’è però un’altra comunità di consacrate ad Aulla che opera silenziosamente con la preghiera e con l’offerta della propria vita a Dio: le Clarisse, risorsa per Aulla e per la diocesi. Il vuoto lasciato dalle suore Figlie di Gesù per la scuola dell’infanzia è stato coperto: si è costituita una Associazione locale che ha rilevato senza interruzione la gestione della scuola paritaria, mantenendo l’identità cattolica. La sfida è grande, ma le persone sono fortemente motivate. La congregazione delle suore mantiene ancora la titolarità e la gestione economica in attesa che l’associazione acquisisca tutte le certificazioni necessarie per gestire la scuola paritaria”.

Come cambia la partecipazione dei fedeli con la pandemia? E quali prospettive vedi?
“La pandemia sta facendo tanti danni. Ha accelerato un processo di distacco già in corso e instillato paura per la salute, isolato le persone, rarefatto le presenze. Un nocciolo duro di fedeli ha resistito, non si è squagliato e la Caritas ha offerto aiuto senza interruzione. Le prospettive? Riprendiamo a fare quello che siamo abituati e abbiamo imparato, ma non basta. Dobbiamo accettare che tanti cristiani abbandonano di fatto la chiesa. Bisogna operare su due linee pastorali che si intrecciano: accompagnare e fare bene quello che appartiene alla cristianità e percorrere decisamente la via della nuova evangelizzazione con percorsi adeguati di maturazione della vita cristiana per quelli che Dio chiama e rispondono, puntando alla misura alta della vita cristiana, alla santità come indica il Concilio. Le parrocchie devono reimpostarsi; forse sarà necessario promuovere la fede che si alimenta in piccole comunità creative che offrano speranza e libertà interiore ad una società di persone sazie e intimorite. Un popolo di persone libere in Cristo che vivono le contraddizioni della storia, esprimendo la speranza, l’amore che viene dal vivere uniti saldamente a Cristo. Un popolo che sia sale e luce per il mondo, sacramento di salvezza. Tempi lunghi”.

(p. biss.)

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