Tra marketing politico e show globale: l’altro lato del vertice dei Grandi

Il primo G20: si riunì a Washington nel 2008

Con l’avanzare della tecnologia delle telecomunicazioni, il vertice dei grandi si è presto trasformato in un evento globale coperto dai media di tutto il Pianeta. L’estrema importanza attribuita alla comunicazione politica nella società di massa delle democrazie moderne ha modificato la narrazione dei summit: le cerimonie protocollari di accoglienza dei leader ospiti, le conferenze stampa e le foto di gruppo prima del comunicato finale sono stati progressivamente ripresi da angolature prima sconosciute al grande pubblico. Ad esempio, nel corso dei decenni si è assistito all’indugiare in modo sempre più sistematico alle relazioni extra-protocollari dei leader.
Le riprese di sguardi e relazioni tra i Capi di Stato e di governo nei momenti di pausa tra le sessioni dei vertici, o in momenti “ricreativi” appositamente costruiti dal governo ospitante, sono aumentate esponenzialmente nel corso degli anni.
Silvio Berlusconi, per esempio, ha sfruttato questi momenti con l’abilità e l’esperienza del comunicatore per propagandare le sue relazioni amicali con presidenti americani, da Bush Jr. a Obama, o con i leader della Russia post comunista, Yeltsin e Putin, e smentire così chi lo accusava in Italia di condurre il Paese alla marginalità nelle relazioni internazionali.
Analogamente, Donald Trump, altro presidente con grande esperienza di mass media, nelle stesse circostanze mostrava il suo profilo di leader insofferente ai protocolli e alle relazioni multilaterali che impedivano la realizzazione dell’obiettivo “America first”. Ma gli “spin doctors” della comunicazione politica hanno largamente usato questi momenti per plasmare l’immagine internazionale dei vari leader: i bagni di folla, le pacche sulle spalle, le pose informali sono stati gli strumenti più impiegati prima in tv e successivamente anche nei social network.
Ma l’aspetto che più di ogni altro ha contribuito alla costruzione dell’immagine del G7/G8 come show globale è stato il vertice parallelo delle “First lady”, le mogli dei Capi di Stato e di governo di un summit che in quasi 50 anni ha visto al tavolo solo 4 donne: la premier britannica Margharet Tatcher lungo tutti gli anni ’80, Angela Merkel nell’ultimo quindicennio, Édith Cresson e Kim Campbell, rispettivamente prima ministra francese tra il 1991 e il 1992 e prima ministra canadese per pochi mesi nel 1993. Ad un vertice quasi esclusivamente maschile, quindi, iniziò ad affiancarsi la cronaca del summit delle signore: un programma di visite turistiche, sociali o filantropiche a cui si aggiungeva la presenza alla cena di gala.
Troupe televisive e opinionisti hanno narrato con sempre maggiore dovizia di particolari gli abiti delle signore e le loro relazioni interpersonali, focalizzando spesso sulle donne capaci di rapire maggiormente le attenzioni dell’opinione pubblica, come nel caso di Michel Robinson, moglie di Obama, prima donna di origine afroamericana alla Casa Bianca, di Hillary Rodham, influente e ambiziosa “first lady” di Bill Clinton o di Cherie Booth, coniuge di Tony Blair, giunta a Downing Street poco più che quarantenne.
Le misure di distanziamento sanitario adottate all’ultimo G7 in Cornovaglia, dopo un anno e mezzo di incontri soltanto a distanza, hanno ridimensionato la copertura mediatica sulle signore, ma è probabile (e desiderabile) che l’avanzare del politicamente corretto applicato alla questione femminile, ridimensioni sensibilmente l’associazione tra first ladies e mondanità/frivolezza.

(d. t.)

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