La lotta alla pandemia si conferma l’impegno più pressante per il governo Draghi

Le prime scelte del governo Draghi vanno nel senso delle disposizioni già in campo

Il presidente del Consiglio, Mario Draghi

Quello che è numerato come il 67° governo della Repubblica italiana, a guida Mario Draghi, è passato dalle parole ai fatti immediatamente dopo la fiducia delle camere. E non avrebbe potuto essere diversamente data la situazione di emergenza.
Due erano le urgenze indicate dal capo dello Stato: la pandemia e il NextgenerationEu, o Recovery fund. Inutile precisare che la definizione del secondo punto comporti un lavoro che necessita e prevede tempi più diluiti; non fosse altro per il fatto di dover mettere assieme contributi di diverse parti. Per quanto molto complicata, invece, non concede respiro la pandemia e, con essa, l’obiettivo di metterla sotto controllo. Per questo i primi atti del governo, almeno quelli che coinvolgono in modo più immediato la vita dei cittadini, hanno riguardato proprio questo ambito.
La prima sensazione, condivisa un po’ da tutti, è che il “rigorismo”, spesso rimproverato al precedente governo, sarà un atteggiamento sposato anche da Draghi. È stato esteso alla fine di marzo il periodo di emergenza, sono state confermate le “regioni colorate, è ancora proibito spostarsi tra regioni. Sembra che l’unico punto sul quale il governo potrebbe lavorare siano i tempi di reazione per l’emanazione dei provvedimenti, ad evitare aperture (e soprattutto chiusure) dalla sera alla mattina. Cosa di per sé non trascurabile.

Draghi partecipa al G7 riunitosi in videoconferenza

In questa situazione di conferma cerca un suo spazio Salvini che, dopo l’abile mossa del sostegno al governo Draghi, cerca di portare altra acqua al suo mulino dando ad intendere di riuscire a convincere il presidente del Consiglio a riaprire il maggior numero di attività possibili. La cosa strana è che, nel frattempo, è proprio dalla “sua” Lombardia che giungono le notizie più sconfortanti sull’andamento dei contagi.
“Nonostante l’impegno dei medici di medicina generale nel trattare a domicilio molti pazienti e nel tracciare i loro contatti”, gli ospedali di Brescia, per dichiarazione del Consiglio direttivo dell’Ordine dei Medici di quella provincia, “sono nuovamente in grande difficoltà nell’accogliere e prestare assistenza ad un numero sempre maggiore di malati e si è già costretti a trasferimenti fuori dalla provincia”.
Da qui la richiesta “alla comunità scientifica e a quella politica di assumere decisioni rapide per arrestare il contagio da Covid nella zona”.
Più che evidente il timore del ripetersi del disastro della scorsa primavera. D’altronde non sarà per caso se si è cominciato a parlare di “terza fase” della pandemia in quelle zone. Si parla di zona arancione “rinforzata” per i territori lombardi più colpiti dalla ripresa dei contagi: provincia di Brescia più 8 comuni della bergamasca. La decisione comporterebbe la chiusura dell’università e delle scuole.
Questo sarà la triste occasione, per il nuovo governo, per dimostrare di saper passare dalle dichiarazioni ai provvedimenti concreti senza allungare inutilmente i tempi. Potrebbe aiutare quello che si sta vedendo in queste ore: non ci sono più interventi a ruota libera degli esperti impegnati nel Cts e non si sono ancora avute fughe di notizie sui decreti in via di definizione.
Questo ci sembra un comportamento degno di un paese civile. Purtroppo, a far pendere la bilancia verso il piatto dello scetticismo, se non del pessimismo, sulla possibilità di imbrigliare in via definitiva il virus c’è tutta la strana vicenda dei vaccini. In questo campo è davvero difficile seguire tutti i passaggi. Certo per ignoranza in materia della maggior parte delle persone che ne vogliono parlare, ma anche perché dal primo annuncio ad oggi sono cambiate più e più volte le carte in tavola.
Siamo passati dall’irrisione nei confronti del “vaccino di Putin” (un po’, bisogna ammetterlo, anche per quel nome, Sputnik, che sa di revanscismo) alla prospettiva, anche europea, di utilizzarlo; quasi a dire: meglio che niente! Per non parlare di tutto quello che è stato detto e smentito sul prodotto Astrazeneka: buono fino ai 55 anni; no, fino ai 65; d’altronde non ce ne sono altri disponibili…. Non ci si può stupire se, poi, chi lo deve ricevere è colto da qualche perplessità di troppo.