Tra le spine della solitudine e quelle della socialità

36corsivo_riccioForse anche il porcospino può farci riflettere sui comportamenti umani. Quello che è successo nelle settimane votate alla vacanza ha richiamato alla mente l’apologo contenuto nel cap. XXXI, vol. II, dei Parerga und Paralipomena di Arthur Schopenauer (1788 – 1860). Nella stagione fredda, per non rimanere assiderati, i porcospini si stringono fra di loro alla ricerca di un po’ di calore. Ma il dolore provocato dalle spine li costringe ad allontanarsi l’uno dall’altro. Stando insieme, soffrono per la puntura dei loro aculei: separati, il male che li affligge è il freddo.
La condizione umana sembra ondeggiare fra le spine della solitudine e quelle della socialità. Mi si dirà che relazione abbia tutto questo con quanto è avvenuto recentemente in piena estate e non nell’inverno che minaccia i porcospini. Schopenauer scrive che il bisogno di società, dello stare con, “scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità”. C’è una pulsione che ci avvicina all’altro, ma c’è anche una irrefrenabile insofferenza per i difetti altrui.
Siamo dunque sospesi fra rifiuto della solitudine e bisogno di stare insieme. Se il lockdown è stato esperienza dell’isolamento e della paura, il ritorno alla “normalità” ha spinto non pochi a rinnovare i riti della vicinanza più spensierata. Spiagge, spazi destinati al divertimento, discoteche si sono di nuovo riempiti di esseri umani in festa per la recuperata libertà. Che la solitudine forzata sia un male, a tutti è evidente.
Ma dove sono gli aculei spinosi della ritrovata socialità? Questo è il punto e qui il terreno diventa non poco scivoloso. Non troverò molti consensi, ma non rinuncio ad affermare che il pungiglione della vicinanza si nasconde nella esagerazione, negli eccessi, nell’euforia. Molti, le pur necessarie vacanze, non sanno viverle in un modo più rispettoso di sé e degli altri. Perché dimenticare la prudenza necessaria in un tempo in cui ciascuno, pur senza volerlo, può procurare danno al vicino?
Keep your distance si dice, o forse si diceva, in Inghilterra. Il giardino della “normalità” oggi, in tempi di convivenza con il virus, ha bisogno di sobrietà e di semplicità “come moderazione degli eccessi, come riscoperta della magia dell’attesa … senza scordare il detto antico, da Seneca a Sant’Agostino “semel in anno licet insanire” (G. Martignoni, Corriere del Ticino, 29, 5, 2020).
Il filosofo di Danzica forse non ci perdonerà le troppe forzature di questa lettura, ma non si può fare a meno di osservare che noi siamo i porcospini non del gelo, bensì della bella estate: lo star soli ci ferisce, l’ammucchiarci ci stordisce e ci fa perdere la misura. Il male che sembrava vinto, torna a farsi vivo. La giusta distanza può essere una possibile soluzione.
“Con essa – scrive Schopenauer – il bisogno di calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui”. L’esperienza ci dice quanto sia difficile seguire questo consiglio. Ma il periodo che abbiamo attraversato può aiutarci a riscoprire il valore positivo della distanza, al di là di slogan banali e sterili di cui abbiamo fatto il pieno. Nella distanza impareremo ad essere noi stessi e ad ospitare l’altro in noi. Il calore non va cercato fuori, ma nella nostra interiorità. “Colui che possiede molto calore interno – conclude Schopenauer – preferisce rinunciare alla società per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli”.

Pierangelo Lecchini

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