Le due stagioni del regionalismo italiano

Dalle Regioni nate per rafforzare la democrazia italiana alla riforma federalista e alla competizione territoriale. Ma l’insegnamento dell’epidemia di Covid-19 impone un ripensamento del governo regionale

Firenze, 13 luglio 1970. La prima seduta del Consiglio regionale della Toscana
Firenze, 13 luglio 1970. La prima seduta del Consiglio regionale della Toscana

Compie 50 anni il regionalismo italiano. Il 16 maggio 1970, la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge 281 stabiliva le entrate proprie delle regioni italiane a statuto ordinario, costituiva il demanio regionale e delegava il governo ad organizzare il passaggio di funzioni e di personale dallo Stato alle Regioni. Il mese successivo nelle 15 regioni a statuto ordinario si tennero le prime votazioni per l’elezione del consiglio regionale, che avrebbe a sua volta eletto – secondo una procedura immutata fino alle elezioni del 1995 – presidente e giunta regionale.
L’introduzione in Italia delle regioni da parte dell’Assemblea Costituente segnava il distacco della Repubblica dal centralismo dell’epoca liberale e dal totalitarismo fascista, che fece del centralismo lo strumento per uniformare qualsiasi differenza territoriale, culturale ed economica. La nascita delle regioni aveva un duplice fine: da un lato, valorizzare quelle differenze sociali, culturali, storiche ed economiche che si consolidarono in 1500 anni di frazionamenti della Penisola; dall’altro lato, in attuazione di un principio di sussidiarietà di matrice cristiana, conferire importanza alle istituzioni più vicine ai cittadini (e quindi da questi più controllabili, con il voto e con la partecipazione) irrobustendo in tal modo la giovane democrazia italiana.

Gianfranco Bartolini, presidente della Regione Toscana dal 1983 al 1990
Gianfranco Bartolini, presidente della Regione Toscana dal 1983 al 1990

Un obiettivo, quest’ultimo, che permea l’intera Carta costituzionale, ma visibile esplicitamente nella partecipazione dei delegati regionali all’elezione del Presidente della Repubblica e nella previsione che i consigli regionali possano richiedere referendum abrogativi di leggi nazionali e, addirittura, referendum sulle riforme della Costituzione approvate dal Parlamento senza maggioranza qualificata.
Ma in piena Guerra Fredda, dare compimento al Titolo V della seconda parte della Costituzione significava “consegnare” rilevanti quote di potere, in alcuni territori dello Stato, al Partito Comunista, elemento che destava preoccupazioni e contrarietà, sia in Italia che tra le potenze atlantiche: ecco perché servirono 22 anni dall’entrata in vigore della Costituzione perché le regioni diventassero una concreta realtà, resa possibile da una stagione di fermenti culturali di massa che, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, spingevano verso l’attuazione, in tanti ambiti della vita sociale e politica, di una promessa di democrazia fino ad allora rimasta “nominalistica” e in larga parte inattuata.
Non molte, ma tra di esse alcune di centrale importanza, le competenze delle Regioni, in questa prima stagione del decentramento italiano. Tra queste l’assistenza sanitaria ed ospedaliera, resa ancor più importante dalla riforma sanitaria universalista del 1978 e da quella del 1992, il turismo, la rete stradale di interesse regionale, l’istruzione professionale, il diritto allo studio, la pianificazione urbanistica, l’agricoltura, il primo embrione di tematiche ambientali legate a caccia, pesca e cave.

Un federalismo assai problematico

La sala di Palazzo Cornaro a Roma dove si riunisce la Conferenza permanente Stato - Regioni
La sala di Palazzo Cornaro a Roma dove si riunisce la Conferenza permanente Stato – Regioni

Ben altre motivazioni traghettarono negli anni 2000 ad una seconda stagione del regionalismo italiano. In coerenza con l’introduzione dell’elezione diretta di sindaci, anche le regioni dal 1995 (prima in via transitoria, poi con riforma costituzionale) passarono all’elezione diretta del presidente, da allora definito dai giornalisti “governatore”, come negli Stati degli Usa. Un’impropria analogia che tuttavia fa ben capire lo spirito della riforma costituzionale: una risposta convintamente federalista dell’allora centrosinistra (al punto da votarla senza il concorso dell’opposizione, inaugurando una pessima e reiterata consuetudine) per intercettare e neutralizzare – senza riuscirvi – le spinte localiste della Lega Nord.
La riforma, ratificata nel 2001 da un referendum partecipato solo dal 34% degli elettori (i Sì furono il 64,2%), esplicitò le competenze dello Stato e quelle in cui Stato e Regioni devono legiferare in modo concorrente: tutte le altre materie divennero competenza regionale. Ogni Regione, in quest’ottica, deve fare del proprio meglio sotto il profilo delle entrate e delle spese per accrescere sviluppo e benessere.

Vannino Chiti, presidente della Regione Toscana dal 1992 al 2000
Vannino Chiti, presidente della Regione Toscana dal 1992 al 2000

Ne è scaturito un panorama regionale somigliante a tanti “principati” con una propria burocrazia, sedi di rappresentanza all’estero, cura dell’identità spesso sfociata in folklore localistico, infrastrutture realizzate in assenza di un coordinamento nazionale. L’aumento della spesa corrente e del contenzioso tra Stato e Regioni presso la Corte Costituzionale sono stati i principali effetti collaterali di un federalismo che non ha colmato, come molti asserivano, i divari territoriali: le disuguaglianze tra Regioni sono aumentate anziché diminuire.
La possibilità per singole regioni di chiedere al governo centrale un’autonomia differenziata, gestendo in proprio ulteriori materie tra quelle oggetto di legislazione concorrente rischia di fare sfociare le disuguaglianze economiche in una secessione dei ricchi costituzionalmente legittimata, come ha mostrato la richiesta di nuove competenze da parte di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna nel 2019 (il cambio di governo nel settembre scorso ne ha rallentato l’iter). La revisione della Costituzione del 2016, sul regionalismo si sarebbe limitata a riportare nella sfera statale alcune materie e a inserire una ambigua clausola di “interesse nazionale” su provvedimenti regionali che di volta in volta il governo avrebbe individuato in modo discrezionale.
Mentre voci flebili e isolate mettono in discussione il numero delle regioni o la permanenza degli statuti speciali, la crisi sanitaria di queste settimane, con il protagonismo di molti “governatori”, il loro fai-da-te spesso propagandistico e superficiale, la “babele” di ordinanze e commissioni, le sfide aperte al governo centrale e l’assenza di norme esplicite che favoriscano una regia nazionale nell’emergenza, sta convincendo molti osservatori che è tempo di riequilibrare i rapporti di potere tra centro dello Stato e territori. 

Davide Tondani

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