Crocetti: “Ho la fortuna di vivere da vicino le emozioni che dà il ciclismo”

Intervista al pontremolese Gianluca Crocetti, giudice internazionale di ciclismo dal 2004. Un palmares prestigioso, dalla designazione alle Olimpiadi 2016 alla Presidenza di giuria al  Tour de France 2019

Gianluca Crocetti, in un momento del Tour de France 2019 di cui è stato presidente della giuria
Gianluca Crocetti, in un momento del Tour de France 2019 di cui è stato presidente della giuria

Gianluca Crocetti, pontremolese, 51 anni, assicuratore, è giudice di ciclismo dal 1988. Dando continuità e lustro a livello lunigianese a un ruolo che negli ultimi decenni ha annoverato tra i suoi interpreti Gianfilippo Mastroviti, in passato, e attualmente Paolo Fabbri – entrambi giudici nazionali –, dal 2004 Crocetti è giudice internazionale ed è stato designato nel collegio di giuria delle principali gare del calendario internazionale e si è reso disponibile per raccontarci il suo percorso «iniziato – ci racconta con buona dose di autoironia – a 18 anni dopo aver corso nelle categorie giovanili con scarsi risultati».

Una carriera che ha preso il via “all’ombra”, se così si può dire, da papà Cesare, grande appassionato e a sua volta giudice regionale.
Sì, avendo corso mi piaceva l’ambiente, ma sicuramente alla passione ha contribuito mio padre. Con lui e con mia madre siamo stati spettatori di centinaia di gara; viaggiando con il camper con loro ho assistito a tutti i Campionati del mondo e a molte classiche tra gli anni ’80 e ’90. La passione per le due ruote è nata da lì.

Come si è dispiegata la tua carriera di giudice?
Ho iniziato come giudice regionale su moto nel 1988 dove ho iniziato nelle categorie giovanili. Nel 1998 sono stato promosso a giudice nazionale dove, continuando su moto, sono state designato sulle più importanti gare del calendario nazionale come il Giro d’Italia, le classiche nazionali e i Mondiali su strada di Verona del 2004. Nello stesso anno sono passato Internazionale e, oggi posso finalmente dirlo, ad essere designato nelle gare più prestigiose del calendario internazionale.

Si tratta di impegni prestigiosi, ma come si concilia la tua vita famigliare e l’attività professionale con le lunghe trasferte per fare parte della giuria delle più importanti corse?
Sì, l’impegno è gravoso, tra formazione, aggiornamento, trasferte. L’attività di giudice mi occupa per circa 8 mesi all’anno. A livello lavorativo devo ringraziare tutte le persone che lavorano con me perché in maniera molto professionale, direi quasi famigliare, sopperiscono totalmente alle mie lunghe assenze e fanno in modo che la mia assenza non sia influente sull’attività. Ma soprattutto devo ringraziare la mia famiglia che non mi ha mai ostacolato in questa passione.

Il lavoro della giuria è seminascosto agli occhi dello spettatore, nessuno si accorge della sua presenza se non in casi di controversie importanti come uno sprint al fotofinish o una scia troppo prolungata. Ma in cosa consiste, schematicamente, il vostro compito?
Senza entrare troppo nei dettagli (in qualità di giudice Crocetti ha anche norme deontologiche e disciplinari da rispettare, ndr) ci occupiamo di tutto l’aspetto sportivo della competizione: dall’ammissione in gara degli atleti, alla complessa gestione della disciplina in corsa, compreso il delicato aspetto della movimentazione delle vetture, fino all’elaborazione delle classifiche, raccordandosi con l’organizzatore della gara, nel rispetto dei rispettivi ruoli.

Sei un osservatore privilegiato delle dinamiche del ciclismo professionistico: quali sono i cambiamenti più rilevanti che hai osservato da quando nei primi anni Duemila sei diventato internazionale?
Come tutti gli sport, anche il ciclismo si è evoluto sotto molti punti di vista, da quello mediatico a quello della preparazione. Direi che la cosa più evidente, osservabile guardando anche i filmati dei vari periodi, sono i materiali tecnici: dalle biciclette all’abbigliamento.

La copertura tv dei principali eventi rende più difficile per i corridori compiere scorrettezze in gara, ma rende i giudici, come nel calcio, facilmente criticabili. L’introduzione del “VAR” nel 2018 – tu sei stato il primo giudice a sovrintendere a questa novità, alla Milano Sanremo – ha già generato molte polemiche. A tuo avviso ha agevolato o reso più complesso il lavoro della giuria?
Anche in questo caso non posso entrare troppo nel dettaglio; mi limito a dire che la tecnologia, se usata con intelligenza, aiuta. L’introduzione del VAR è stato ed è un ottimo supporto per garantire la correttezza della corsa.

Qual è stato il momento o l’episodio in cui ti sei sentito maggiormente gratificato nella tua carriera di giudice
Ci sono stati due momenti di enorme gratificazione, perché rappresentavano sogni nel cassetto che si realizzavano. Il primo è stato quando ho ricevuto le designazioni per i giochi olimpici del 2016, a Rio; la seconda quando lo scorso anno sono stato nominato Presidente di giuria al Tour de France dello scorso anno. Ci sono anche gratificazioni più piccole ma inaspettate, e quindi piacevoli, come l’emozione del presidente della società organizzatrice per avermi in giuria, lo scorso anno, a Pavia al Gran Premio Colli Rovescalesi per under 23.

Ci saranno stati anche momenti di difficoltà. Puoi ricordarne uno?
Sono sincero. Non c’è ancora stata una volta in cui, tornando a casa, ho pensato “meno male che è finita”. Ho la fortuna di vivere da vicino le emozioni che il ciclismo mi dà e per ora ho vissuto solo momenti belli.

Ogni 38 ore, dicono le statistiche, un utente della strada in bici perde la vita in un sinistro. Come vedi il problema della sicurezza stradale?
Dal punto di vista della sicurezza, la strada fa sempre più paura perché manca il rispetto fra le persone, con qualsiasi mezzo venga percorsa. Sicuramente il rispetto della distanza di 1,5 mt dal ciclista è fondamentale e le campagne che sono in atto si spera rendano le strade più sicure.

Dietro i successi dei grandi campioni come Nibali o Ganna o la Paternoster, il ciclismo agonistico in Italia è in sofferenza: molti meno giovani si avvicinano alle due ruote, le squadre hanno sempre meno sponsor e chiudono i battenti.Credi che il ciclismo italiano possa riprendersi da questa crisi? Oppure la bici si ridurrà ad essere quella degli amatori più o meno evoluti?
Lo sport ciclistico ha un punto di forza peculiare, che lo può aiutare nella sua ripresa: per un futuro più ecosostenibile la bicicletta è il mezzo di trasporto per eccellenza e ciò consente di sviluppare il ciclismo coniugando agonismo, turismo e mobilità sostenibile. Più in generale, credo che le emozioni che il ciclismo riesce a trasmettere non hanno pari in altri sport: il ciclismo sarà sempre nei cuori delle persone e non tramonterà mai. Se oggi il movimento ciclistico sta percorrendo una strada in salita, sono certo che prima o poi arriverà la discesa. (Davide Tondani)

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