Ora più che mai c’è bisogno di Europa

Nemmeno la minaccia di un disastro sanitario è riuscita, ad oggi, a compattare i 27 Stati dell’Unione Europea

12europaLa pandemia del covid-19 non ha ancora mostrato a livello epidemiologico fin quando potrà ancora protrarsi il contagio, ma ha già lasciato vedere lo stato di crisi del multilateralismo tra gli Stati. Che la cooperazione tra Paesi fosse in crisi lo si sapeva da almeno un ventennio: da quando gli Stati, liberi dai “blocchi” della Guerra Fredda, hanno accettato di far dipendere le loro sorti dal gioco della concorrenza nel mondo globalizzato; l’elezione, a inizio secolo, di Bush Jr. alla Casa Bianca e le divisioni europee di fronte alla sua protervia militare e diplomatica, ne furono visibile rappresentazione ben prima dell’arrivo di Trump.
Nell’attuale fase storica la situazione si è esacerbata fino al punto che nemmeno davanti a una minaccia dalle traiettorie e dagli effetti imprevedibili come un virus estremamente contagioso e sconosciuto alla scienza, gli Stati hanno saputo collaborare.

Roma: Colosseo e Fori ai tempi del Coronavirus
Roma: Colosseo e Fori ai tempi del Coronavirus

La Cina ha taciuto a lungo di essere focolaio originario del virus; i Paesi europei hanno affrontato il rischio del contagio, prima, e il suo concretizzarsi, dopo, ognuno a modo proprio; le nazioni anglosassoni hanno minimizzato ad oltranza dichiarando infine, tra le righe, che il ciclo economico viene prima della vita umana. Ma quanto avvenuto più vicino a noi, all’interno dell’Unione Europea ha mostrato in maniera oramai incontrovertibile quanto il sogno della realizzazione di una grande entità politica si sia tramutato in una folta e litigiosa somma di Paesi legati dall’interesse di avere una moneta forte ma ripiegati sull’interesse nazionale e del tutto indifferenti all’idea di una più stringente cooperazione politica.
Quanto pronunciato giovedì scorso dalla presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ne è la dimostrazione, soprattutto se confrontato con l’atteggiamento assunto 8 anni fa da Mario Draghi per salvare l’Euro e il progetto europeo. Il suo celebre discorso (“la BCE farà tutto ciò che è necessario per salvare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza”) servì, in un’Europa all’apice della crisi economica, a sconfiggere, con l’acquisto dei titoli di Stato e l’emissione massiccia di moneta, la speculazione sul debito pubblico della Spagna e soprattutto dell’Italia, il cui default avrebbe portato nel baratro la moneta comune.
Una scelta, quella di Draghi, apertamente contestata dalla Germania e dalle economie “satelliti” di quella tedesca, come Paesi Bassi, Finlandia, Danimarca, cioè quegli Stati in grado di prosperare anche se Berlino tornasse al vecchio marco, e che hanno chiesto un cambiamento radicale di rotta alla fine del mandato dell’economista romano.

Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea
Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea

Christine Lagarde ha dimostrato loro fedeltà alla prima occasione utile. Durante la presentazione delle misure che la BCE intende intraprendere per fronteggiare la paralisi economica conseguente alla pandemia di coronavirus, la presidente della Banca centrale, parlando dell’Italia e degli altri Paesi che adottano l’euro come moneta, ha dato l’impressione che la BCE non sia disposta a difendere la stabilità dei loro conti ad ogni costo, nonostante il momento straordinario che stanno attraversando.
La telegrafica frase della Lagarde “non siamo qui per abbassare lo spread” ha innescato una fuga dai titoli di Stato italiani che ha causato la peggiore perdita nella storia della Borsa italiana.
12vignettaNel mondo della moneta e della finanza, del resto, le parole sono importanti ancor più dei fatti perché, se credibili, sono come profezie che si autoavverano prima ancora di dare loro concretezza. A poco sono servite le interviste riparatrici, la oramai tardiva sospensione del Patto di Stabilità da parte della Commissione europea, persino le autorevolissime parole del presidente della Repubblica a tutela della dignità di una nazione in preda ad un’epidemia: la Borsa italiana, riflettendo la realtà di un’economia reale tramortita dalle misure sanitarie del governo, continua a perdere.
Ma anche uscendo dal campo economico, non vi è traccia di un’Europa decisa a trovare le ragioni della cooperazione e dell’unità: nessuna strategia sanitaria comune, nessuna cooperazione sanitaria (i medici mancanti in Italia arrivano da Cina e Cuba ma non dai Paesi Ue), nessuna politica estera e di difesa comune ora che la Turchia sfida il Vecchio Continente a ricoprirlo nuovamente di euro usando l’arma dei profughi ai confini con la poverissima Grecia, nessuna visione comune sulla crisi siriana e mediorientale.
Sono elementi che riempiono di fiato le trombe di chi vuole la secessione dall’euro e da Bruxelles, follemente convinto che con un debito pubblico prossimo al 135% della ricchezza prodotta, la scelta vincente per l’Italia possa essere non una vera integrazione politica europea, ma il ritorno alla lira.

Davide Tondani

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