Alle origini della poesia dialettale lunigianese

Nella corposa antologia sulla Letteratura della Lunigiana storica

Vasco Bianchi
Vasco Bianchi

Correvano gli anni settanta del secolo scorso quando il prof. Vasco Bianchi, con un’iniziativa praticamente inedita per il territorio, azzardò, lui di origini lucchesi e, quindi, squisitamente toscane, ad affrontare il delicato problema della poesia lunigianese in lingua e in dialetto.
La sua analisi fu sviluppata in una serie di incontri culturali tenutisi presso il castello di Mulazzo dove fu proprio la poesia dialettale ad essere al centro dell’attenzione del folto pubblico presente. Il suo interesse, però, non si rivolse esclusivamente ai padri del genere, ovvero Ubaldo Mazzini e Luigi Poletti, che furono i veri e propri antesignani, i quali, per la loro autorità, furono in grado, nella fase originante, di superare tutte le perplessità collegate all’effettiva capacità espressiva a livello poetico dei nostri dialetti.
La polemica legata alle prime esperienze, infatti, in un primo momento caratterizzata da un palese scetticismo da parte degli ambienti culturali, fu presto domata dagli risultati indiscutibili ottenuti dalla loro produzione e soprattutto dal favore incontrato a livello popolare.
La ricerca di Bianchi, quindi, si propose di indagare sulla produzione degli allievi dei due maestri, misurandosi prima con i successori immediati dei due capiscuola, poi entrando, con il necessario distacco che gli derivava dall’essere sostanzialmente un critico letterario e quindi interessato soprattutto ai contenuti e alla qualità, sugli autori del secondo Novecento, per giungere fino alle soglie degli anni Ottanta, quando, purtroppo, venne a mancare, privandoci così di un ausilio critico fondamentale per una più adeguata conoscenza della sostanza della produzione poetica lunigianese.
La concretezza della sua analisi ha però lasciato il segno, tanto che nella terza edizione della Collectanea, La Letteratura della Lunigiana Storica, dalle origini ai nostri giorni nelle Province della Spezia e di Massa Carrara, l’ideatore e curatore Giovanni Bilotti ha ritenuto opportuno riproporre il suo saggio: La poesia del ’900 in Lunigiana: la seconda generazione dei poeti lunigianesi, già apparso nel 1980 nel X° volume di Studi Lunigianesi, la prestigiosa rivista dell’Associazione “Manfredo Giuliani” di Villafranca Lunigiana.
Il trait d’union collegato al concetto di “seconda generazione” permette a Vasco Bianchi di limitare consapevolmente la sua indagine a tre poeti lunigianesi che operarono tra il primo e il secondo dopoguerra, proponendosi sia in lingua italiana che dialettale, in una serie di opere che, a loro modo, hanno aperto nuove strade per indirizzare la poesia locale, inizialmente caratterizzata, per precisa scelta concettuale, da quegli intenti comico-satirico-sentimentali che avevano segnato la produzione più significativa di Mazzini e Poletti, verso altre prospettive di comunicazione, anche se quegli aspetti rimasero comunque dominanti. Il primo ad essere proposto è il pontremolese Giovanni Bellotti, giornalista, storico e saggista, che nella diaspora parmense esorcizzò, proprio grazie al messaggio poetico, sia in lingua che in vernacolo, la costante nostalgia per la sua terra di origine, facendone un costante punto di riferimento per una messe di ricordi senza tempo ancora oggi patrimonio indelebile di una città che ama ritrovarsi costantemente nella voce dei suoi figli.
A seguire, ancora un pontremolese, Cesare Reisoli, storico e saggista di grande cultura, il cui rapporto con la sua Pontremoli si condisce di toni affettuosi non privi di ironia, ma più spesso di un sarcasmo raffinato, ricco di toni popolari che idealizza attraverso personaggi costruiti ad arte per dare voce ad una sensibilità che per estrazione sociale sa non poter essere sua, ma di cui intende comunque essere interprete, perché solo così riesce a dare un senso al rimpianto del troppo tempo perduto lontano dai luoghi delle sue origini. Infine, il bagnonese Marco Vinciguerra, liccianese d’adozione, che, pur non abiurando la sua cultura scientifica, si fa portavoce, nelle composizioni in lingua, di una sensibilità di vago sapore ottocentesco, per la quale non rinuncia a toni elevati di memoria carducciana, senza però dimenticare quegli spunti nostalgici che riempiono di misticismo il rapporto con la sua terra.
Infatti, quando si cimenta nella poesia dialettale, la voce si esalta alla ricerca di un ironia malinconica, che senza rinunciare a toni spesso tra l’ironico e il grottesco, rivela comunque un senso di appartenenza che manifesta totalmente la sua irrinunciabile identità. Una sintesi quasi irrispettosa della dimensione reale di queste tre importanti voci di Lunigiana, cui però il saggio di Vasco Bianchi rende ragione completa attraverso una disamina piena di acume e di sensibilità e che merita, quindi, di essere assaporato in tutta la sua completezza. (lb)

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