Le Unità Pastorali per riprogettare le strutture di base della Chiesa locale

Un nuovo modo di pensare la parrocchia: le Unità Pastorali per unire territori che già hanno in comune luoghi di incontro, modi di vivere, mentalità

Il Vescovo diocesano, mons. Giovanni Santucci
Il Vescovo diocesano, mons. Giovanni Santucci

Da alcuni mesi all’ordine del giorno nella discussione ecclesiale, sollecitata con forza dal Vescovo mons. Giovanni Santucci, stanno quelle che vengono definite Unità Pastorali. Si tratta di riprogettare le strutture di base della Chiesa locale. Il numero di Chiese diocesane che stanno progettando questo tipo di comunione sono in aumento e prospettano un modo nuovo di progettare e ripensare la figura della parrocchia che fino ad oggi è stata il cardine fondamentale dell’evangelizzazione.
È sotto gli occhi di tutti la necessità di una riorganizzazione della nostra Chiesa, anche per la carenza di clero che impone accorpamenti e razionalizzazione per garantire servizi di culto; ma non è sufficiente. La composizione del territorio, negli ultimi 50-60 anni, è profondamente cambiata. Troppo spesso, soprattutto nelle parrocchie di collina o di montagna, le comunità si sono affievolite fin quasi a scomparire, non hanno più vita propria.
La Chiesa deve necessariamente fare riferimento al territorio. Non si tratta solo di luoghi geografici, ma si tratta di vedere le affinità tra parrocchie, quali sono i centri di interesse culturale, scolastico, sociale, amministrativo, quali sono i punti di riferimento umani e spirituali. Le Unità Pastorali tendono ad unire territori già “apparentati” da luoghi di incontro, da modi di vivere, da mentalità.
Non è un’operazione facile poiché sarà necessario salvaguardare le identità delle piccole comunità perché non si sentano abbandonate. Qualche indicazione si può trarre dall’importante lavoro di riflessione sul tema svolto nel campo scuola dell’Azione cattolica di cui abbiamo riferito nello scorso numero.

Per una vera riforma della parrocchia

Il documento conclusivo del campo scuola dell’AC diocesana (che può essere letto integralmente qui) fornisce contributi significativi per la definizione del percorso che porterà alla creazione delle Unità pastorali Alcune priorità in evidenza: la formazione dei presbiteri, chiamati a ripensarsi come “preti che lavorano necessariamente in collaborazione”, assieme a quella dei laici, per i quali “occorre far crescere un nuovo modello culturale e pastorale. La sperimentazione sarà “progettata con grande attenzione dagli organismi di comunione e definita nei piani pastorali del vescovo”. In tal senso il documento propone alcune linee operative, che vanno da una “lettura più approfondita dei cambiamenti della realtà territoriale” alla sperimentazione di “momenti di vita comune tra presbiteri”. Da parte sua, l’AC si impegna a far suo il progetto della diocesi e a spendere in esso tutta la sua carica di servizio alla Chiesa.

“Le Unità Pastorali – si dice nel documento conclusivo – sono frutto di un vero modo di fare Chiesa e della collaborazione-corresponsabilità di tutta la comunità credente. La Evangelii Gaudium offre molte indicazioni anche concrete sulla nuova missionarietà che deve caratterizzare questa nuova forma di parrocchia, anzi le offre anche 4 grandi principi con cui ci si deve confrontare: il tempo è più importante dello spazio, il tutto è superiore alla parte, l’unità prevale sul conflitto, la realtà è più importante dell’idea. Se il soggetto della istituzione di Unità Pastorali è la comunità cristiana, se il compito è principalmente l’evangelizzazione (Vangelo accolto e proclamato), se il destinatario è il territorio, nell’accezione sopra specificata, ne deriva che i laici, che per il loro battesimo, in una chiesa comunione sono corresponsabili di tutta la missione della Chiesa, ancor prima di dividersi i compiti sono soggetto come parte integrante del popolo di Dio, del cambiamento e quindi della ridefinizione di questi nuovi assetti della vita e struttura parrocchiale. Assieme, presbiteri e laici, occorre essere comunità cristiane autentiche che, vivendo in un territorio trasformato, rendono possibile oggi a tutti incontrare il Vangelo, accogliere la salvezza che è Gesù e vivere in comunione. I laici, proprio perché la missione è nuova vita di relazioni quotidiane, in cui risuona il primo annuncio, in cui la Parola si fa cultura quotidiana, diventano testimoni naturali e quindi consapevoli dei compiti della comunità cristiana al cospetto del mondo. Sono loro che devono ricostruire una comunità cristiana estroversa, non ripiegata su se stessa, aperta come lo è stata quando le condizioni territoriali la facevano più la fontana del villaggio che un ospedale da campo come ci dice papa Francesco. A questa molteplice responsabilità dei laici si è dato spesso il nome di ministerialità laicale. Qui si colloca in tutta la sua importanza l’esperienza laicale che non è soprattutto prestazione d’opera ma risposta ad una chiamata, all’urgenza del Vangelo”.
Per questo, se ne deduce, diventano importanti le varie ministerialità nella Chiesa. Il ruolo dei laici diventa determinante perché dovranno affiancarsi nella conduzione e nell’animazione delle Unità Pastorali. Si tratta di acquisire una più consapevole appartenenza alla Chiesa da parte di tutti, sacerdoti e laici, per affrontare le sfide di una evangelizzazione che richiede formazione, capacità di dialogo, spiritualità.
Ci attendono tempi difficili perché ognuno deve rivedere i suoi “ruoli”, deve fare la fatica di confrontarsi non solo con la realtà del territorio, ma anche con le diverse sensibilità. Per questo bisogna prepararsi non ad aggiustamenti, ma ad una vera riforma.

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