Unità pastorali: conclusioni di un campo scuola

Ecco il documento conclusivo del campo scuola dell’Azione Cattolica diocesana che fornisce contributi significativi per la definizione del percorso che porterà alla creazione delle Unità pastorali. Alcune priorità in evidenza: la formazione dei presbiteri, chiamati a ripensarsi come “preti che lavorano necessariamente in collaborazione”, assieme a quella dei laici, per i quali “occorre far crescere un nuovo modello culturale e pastorale. La sperimentazione sarà “progettata con grande attenzione dagli organismi di comunione e definita nei piani pastorali del vescovo”. In tal senso il documento propone alcune linee operative, che vanno da una “lettura più approfondita dei cambiamenti della realtà territoriale” alla sperimentazione di “momenti di vita comune tra presbiteri”. Da parte sua, l’AC si impegna a far suo il progetto della diocesi e a spendere in esso tutta la sua carica di servizio alla Chiesa.

33campoAC_gruppoDue sono le realtà che abbiamo studiato sia in se stesse, sia in mutua relazione: la parrocchia, e particolarmente la trasformazione strutturale che sta vivendo in quel suo nuovo assetto che chiamiamo unità pastorali, e l’Azione Cattolica diocesana che sente di rispondere alla sua vocazione nell’impegnarsi a collaborare come sempre con i progetti pastorali del vescovo.
L’obiettivo è stato di monitorare i primi studi e dibattiti sulle unità pastorali e di vedere quale disponibilità e aiuto, coinvolgimento, servizio può fare l’AC diocesana, parrocchiale e interparrocchiale. Lo studio, la riflessione e gli approfondimenti sono stati affrontati da un buon numero di laici di AC (Presidenza e Consiglio diocesano, assistenti diocesani) e i laici delle varie parrocchie che ci hanno ospitato in un campo scuola itinerante e dagli stessi vicari foranei, che ci hanno aiutato in una bella assemblea a vedere anche i problemi concreti e ad esprimere richieste precise ai laici di AC.

A che punto sono le unità pastorali?

Abbiamo tentato di conoscere anche le esperienze di altre diocesi, in contesti molto diversi dei nostri per giungere a una comprensione maggiore di che cosa possono essere da noi le unità pastorali.
Il numero di Chiese diocesane in Italia coinvolte nella progettazione delle UP e l’impegno profuso da queste ci permette di dire che non si tratta più di interventi tampone su urgenze locali, ma di un nuovo modo progettuale di ripensare la figura concreta di comunità parrocchiale, nella sua caratteristica di struttura primaria di comunione e di missione evangelizzatrice della Chiesa.
La percezione condivisa è che non siamo solo in presenza di un problema da risolvere, quale è quello della carenza di clero, per cui occorre accorpare e razionalizzare per garantire servizi di culto, ma nella necessità di offrire al Vangelo una struttura comunitaria missionaria di base rinnovata, ridefinita, non solo aggiornata.

Il riferimento territoriale, snodo determinante. Il fatto che costringe a questo indilazionabile cambiamento è la trasformazione della realtà territoriale in cui vive una comunità di cristiani. L’impianto con cui la Chiesa fino ad oggi si è fatta casa di comunione, laboratorio della fede, scuola di santità, quale è la parrocchia non risponde al meglio a tale trasformazione. La realtà territoriale come dato sociologico, antropologico e culturale è il nodo che oggi dobbiamo mettere maggiormente a fuoco nell’offrire un nuovo volto alla comunità cristiana. Il termine territorio è troppo povero per esprimere il nuovo mondo di relazioni, le reti di interazione tra le persone e le istituzioni, i nuovi comportamenti della gente, dei ragazzi, dei giovani, degli adulti, gli spostamenti di persone e cose, i tessuti comunicativi, le sfide economiche che caratterizzano uno spazio geografico, umano e spirituale. Non si tratta solo di spazi geografici, ma di modi di vita, di mentalità. Le nostre parrocchie così come sono distribuite e organizzate in questo territorio non sono più in grado di rispondere al bisogno di Vangelo che c’è tra la gente e non riescono più ad essere quel segno levato tra le genti. Le domande degli uomini sono tante e molto articolate, così che non è possibile rispondere a tutte e bene se non in una nuova comunione comunitaria. Le UP non saranno altro dalla parrocchia, ma una vita parrocchiale rinnovata, che non distrugge le piccole appartenenze, le comunità più piccole di cui è formata, ma le mette in una comunione evangelizzatrice. Questa operazione non è di tipo organizzativo, ma un vero ripensamento dell’essere comunità cristiana. Di conseguenza siamo chiamati a ricentrare il compito della comunità cristiana e in particolare della vita nella sua comunità di base, che è la parrocchia, sull’essenziale, cioè sulla evangelizzazione che si fa accoglienza della comunione e missione.
Ci hanno aiutati in questo la relazione e le osservazioni del prof. Burgalassi sulla indagine, voluta dal nostro vescovo, dello stato della nostra diocesi dal punto di vista demografico, economico, lavorativo e religioso sulla percezione che di essa si ha nelle nostre parrocchie.

Il coinvolgimento del popolo di Dio e la responsabilità diocesana. Quasi tutte le esperienze di UP sono state proposte non prima di un lavoro paziente di ascolto dei presbiteri, dei consigli pastorali sia parrocchiali che diocesani e presbiterali, degli operatori pastorali. Il segreto della tenuta e della riuscita è stato quello di far crescere un consenso del popolo di Dio, di operare un vero discernimento pastorale e di confermarlo ufficialmente con una decisione del vescovo. Le sperimentazioni fatte per affinità di carattere tra presbiteri o per contingenze favorevoli sono spesso franate alle prime difficoltà. Prima di giungere a codificazioni anche giuridiche occorrono esperienze ben monitorate e seguite sia da pastoralisti che da teologi. Le UP sono frutto di un vero modo di fare Chiesa e della collaborazione-corresponsabilità di tutta la comunità credente. La Evangelii Gaudium offre molte indicazioni anche concrete sulla nuova missionarietà che deve caratterizzare questa nuova forma di parrocchia, anzi le offre anche 4 grandi principi con cui ci si deve confrontare: il tempo è più importante dello spazio, il tutto è superiore alla parte, l’unità prevale sul conflitto, la realtà è più importante dell’idea.

Il laicato, soggetto del cambiamento. Se il soggetto della istituzione di UP è la comunità cristiana, se il compito è principalmente l’evangelizzazione (Vangelo accolto e proclamato), se il destinatario è il territorio, nell’accezione sopra specificata, ne deriva che i laici, che per il loro battesimo, in una chiesa comunione sono corresponsabili di tutta la missione della Chiesa, ancor prima di dividersi i compiti sono soggetto come parte integrante del popolo di Dio, del cambiamento e quindi della ridefinizione di questi nuovi assetti della vita e struttura parrocchiale. Assieme, presbiteri e laici, occorre essere comunità cristiane autentiche che vivendo in un territorio trasformato rendono possibile oggi a tutti incontrare il Vangelo, accogliere la salvezza che è Gesù e vivere in comunione.

 

Laici dedicati

I laici, proprio perché la missione è nuova vita di relazioni quotidiane, in cui risuona il primo annuncio, in cui la Parola si fa cultura quotidiana, diventano testimoni naturali e quindi consapevoli dei compiti della comunità cristiana al cospetto del mondo. Sono loro che devono ricostruire una comunità cristiana estroversa, non ripiegata su se stessa, aperta come lo è stata quando le condizioni territoriali la facevano di più la fontana del villaggio che un ospedale da campo come ci dice papa Francesco. A questa molteplice responsabilità dei laici si è dato spesso il nome di ministerialità laicale. Qui si colloca in tutta la sua importanza l’esperienza laicale che non è soprattutto prestazione d’opera ma risposta ad una chiamata, all’urgenza del Vangelo.

A)   I laici associati di Azione Cattolica.

Due domande precise occorre che ci facciamo

  1. Un’operazione così delicata di rifondazione della comunità cristiana nella sua struttura di base deve contare solo su laici coinvolti ad uno ad uno, scelti con cura, competenti, spiritualmente preparati, oppure si realizzerebbe meglio se questi laici fossero associati, abituati a vivere in comunione, formati su una progettualità ecclesiale ben definita, capaci di offrire a tutti una esemplarità formativa?
  2. Esiste un’esperienza di laici dedicati alla missione della Chiesa che fanno consistere il loro aggregarsi nel prepararsi a misurarsi con l’incredulità, con l’indifferenza, con la ricerca di molti che non si riconoscono esplicitamente o consapevolmente in una prospettiva cristiana?

La risposta a queste domande colloca la disponibilità (necessità?) dell’Azione Cattolica nella delicata operazione di ridefinizione della comunità evangelizzatrice e missionaria della parrocchia.
Occorre qualcuno che sa vivere il Vangelo con le parole semplici della vita quotidiana per imparare a parlare al cuore di ogni uomo. Questo non lo si improvvisa, ma è frutto di un tirocinio associativo. Prima ancora di pensare ai laici come a degli operatori pastorali con incarichi ad intra occorre garantirsi un laicato operatore della relazione quotidiana evangelizzatrice negli spazi della vita, nella famiglia e nella scuola, nel lavoro e nel tempo delle relazioni gratuite.

 

B)   Operatori pastorali

Una questione importante da approfondire con serietà è quella dei laici che si affiancano ai presbiteri con incarichi di conduzione e/o animazione della vita delle UP. Nelle diocesi sono chiamati genericamente operatori pastorali o gruppo ministeriale laicale o gruppo di animazione laicale. Per essi occorrerà anche avere il coraggio di affrontare problemi di durata dell’incarico, di ruoli diversificati e interagenti, di collocazione giuridico-ecclesiale, di volontariato e di remunerazione, di collaborazione stabile con i presbiteri. La paura di clericalizzare da una parte o di strumentalizzare dall’altra è molto presente.
A questo riguardo l’Azione Cattolica ha un suo pensiero e una sua esperienza che è stata al meglio espressa in alcune affermazioni della presidente Paola Bignardi, alla prima grande progettazione nelle diocesi italiane delle unità pastorali:
Nelle UP abbiamo «bisogno di operatori pastorali ma preferiamo dei testimoni. Questo non significa che la parrocchia non debba avere i suoi catechisti, o i suoi animatori della liturgia, o i suoi educatori… ma è ben diverso che queste figure siano dentro una logica che cerca di non essere sguarnita di persone che possono assolvere a tutte le funzioni di cui la parrocchia ha bisogno e diverso è che queste persone si sentono corresponsabili della vita della propria comunità come si fa in famiglia. In questo secondo caso, la provocazione a verificare di continuo la qualità della propria esperienza di fede è forte, perché ci si preoccupa della vita della famiglia, non dell’efficienza nell’assolvimento delle sue funzioni».
Nelle UP abbiamo «bisogno di operatori pastorali ma preferiamo dei laici maturi nella loro vocazione e nella consapevolezza di essa; laici capaci di spendere la maturità della loro fede nei loro normali ambienti di vita e dunque voce della loro comunità dove la comunità con le sue strutture non può giungere. Una parrocchia che affida il suo essere missionaria alla maturità di fede dei suoi laici è una comunità che allarga indefinitamente le proprie potenzialità missionarie: è una comunità che può raggiungere le famiglie; gli ambienti di lavoro; gli spazi della cultura, della vita amministrativa, della scuola. Che cosa dà consistenza a una comunità così? Il credere che il suo tesoro è la fede dei suoi figli molto più e prima delle proprie iniziative; il costruire dei momenti di unità in cui sia possibile raccontare la bellezza e la fatica di questa testimonianza solitaria e dispersa nel mondo (anche i discepoli, dopo essere stati inviati, tornano e raccontano a Gesù che cosa hanno fatto, che cosa è accaduto, com’è andata la missione…); il ritrovarsi attorno all’Eucaristia domenicale come attorno al cuore del proprio essere Chiesa. E questo ovviamente chiede di verificare la qualità delle celebrazioni della domenica».
È una UP che «fa la scelta preferenziale degli adulti. Non può che fare così, non per ragioni strategiche, come talvolta si sente dire: perché se gli adulti sono convinti e coinvolti, a loro volta coinvolgono i figli… ma perché è degli adulti quella maturità di fede che permette loro di stare in piedi da soli nei luoghi ordinari della vita».

Se gli operatori pastorali diventano dei tecnici dell’organizzazione e se le UP fanno consistere la corresponsabilità dei laici solo in incarichi o ministeri di persone, perde la bellezza di essere un popolo che celebra e che annuncia, che vive la carità e la offre.

Quando si dice di riconoscere all’AC la ricchezza delle sue finalità si tende proprio a mantenere nella Chiesa e nelle UP strati popolari di vita credente attiva e responsabile, spazi di missione quotidiana, vivaio di adulti che stanno in piedi da soli come credenti nei luoghi ordinari della vita (come ci è stato richiesto nella riunione con i vicari). Fosse anche solo una esperienza che tiene continuamente il laico progettualmente dentro la vita, senza lasciarsi fagocitare nelle cose di Chiesa, l’AC avrebbe già tutte le motivazioni per esistere e per offrire alla struttura organizzativa le persone, gli operatori giusti.

Gli operatori pastorali non hanno bisogno solo di scuole, ma di un’esperienza continuativa di riflessione e di partecipazione, hanno da sperimentare la disciplina di un confronto comunitario, che si fa discernimento e devono essere attivati a guardare alla realtà dall’angolatura di ideali ispiratori. Se questi ideali sono gli stessi della comunità cristiana, della progettualità diocesana, del tipo di missione che lì si vuol vivere, come è tipico dell’AC che non ha sue progettualità proprie, le UP possono contare su una comunione vera.

 

Non aggiustamenti, ma una vera riforma della parrocchia

A mano a mano che si procede in questa definizione delle unità pastorali si nota l’urgenza di stabilire un principio: non si tratta di alleggerire il carico con minori prestazioni, ma si devono guardare gli aspetti positivi di ciascuno con la consapevolezza che le carenze vanno affrontate in solidarietà
L’impressione che si ricava dai vari progetti e definizione di questi nuovi assetti (cf. Piacenza, Torino, Milano per le UP giovanili, Vicenza, Bolzano, Pordenone, Bologna, Reggio Emilia…) dà l’idea che il cambiamento non è un aggiustamento, ma una riforma. Per essa di conseguenza occorre attrezzarsi in alcune direzioni importanti:

 La formazione dei presbiteri. Non poche diocesi hanno richiamato la necessità di ripensare in questa ottica la formazione dei presbiteri nella linea di una conversione culturale, pastorale e spirituale. Si tratta di ripensarsi nel ruolo di preti che lavorano necessariamente in collaborazione, che stabiliscono momenti di vita comune, che sanno progettare assieme, oltre la logica esageratamente poggiata sulla propria individualità nella costruzione della propria spiritualità o anche figura pastorale che ha caratterizzato l’educazione dei seminari negli anni passati

 La formazione dei laici. Lo stesso aggiornamento va fatto nel confronto nel mondo laicale. Se l’AC viene spesso paragonata ed è il laicato dedicato «stabilmente» alla comunità credente occorre allora far crescere un nuovo modello di laici culturalmente, pastoralmente e spiritualmente. L’AC ha quindi bisogno di rinnovarsi e di servire questi cambiamenti come ha servito il cambiamento post-conciliare.

La sperimentazione progettata. Si intende con questo che le esperienze non sono fatte al buio, ma sono progettate con grande attenzione dagli organismi di comunione e definite nei piani pastorali del vescovo, perché siano vere esperienze di chiesa e vere espressioni del popolo di Dio. Questo garantisce oltre che serietà, anche autorevolezza e continuità. La felice compresenza di passione evangelizzatrice della base e illuminato discernimento dell’autorità ha permesso alle UP di essere una vera esperienza di Chiesa e di candidarsi a rappresentare il futuro della esperienza parrocchiale, dove non si creano concentrazioni di servizi, o agglomerati neutri di cristiani, ma vere reti di comunità rispettate nelle loro particolarità di tradizione di popolo cristiano e convergenti nella comunione di un’unica comunità più ampia per una missione responsabile.

 

Linee operative

  • Lettura più approfondita dei cambiamenti e delle provocazioni della realtà territoriale e dell’impatto che su di essa deve avere la comunione ecclesiale e la sua missione.
  • Dare inizio a sperimentazioni coraggiose di momenti di vita comune tra presbiteri (preghiera, pranzo e cena, programmazione settimanale), tra laici e tra presbiteri e laici al servizio di questa nuova forma di comunità parrocchiale.
  • L’AC nel suo rinnovamento non può non dedicarsi a ripensarsi entro queste sfide e nuove forme di parrocchia. Se fa suo il progetto della diocesi, e la strutturazione delle UP è sempre un vero progetto diocesano, l’AC deve assolutamente spendere in esso tutta la sua carica di servizio alla Chiesa, altrimenti non è l’AC che la diocesi sogna.
  • Il rapporto tra operatori pastorali e AC non deve impantanarsi nelle secche in cui ci si è bloccati quando sono nati i consigli pastorali. Allora l’AC si è quasi trovata scavalcata da questa realtà e ha creduto di aver terminato il suo compito. Oggi può capitare che di fronte alla strutturazione di gruppi ministeriali di laici animatori delle UP succeda la stessa cosa, mentre abbiamo ben dimostrato che il ruolo dell’AC resta ancora e di più indispensabile.
  • Testo base di ogni formazione dei presbiteri, dei laici, delle associazioni, degli operatori pastorali, di tutto il popolo di Dio è assolutamente la Evangelii gaudium, che papa Francesco continua a proporre alle diocesi italiane e che ancora non è diventata il nuovo volto di chiesa che può rispondere alle sfide di oggi.

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