Le sorgenti del populismo nostrano

31populismoIl voto del 4 marzo ha portato a compimento l’ascesa nella società italiana delle correnti politiche cosiddette populiste. I segnali di un radicale cambiamento di rotta erano molti e presenti da tempo. Le trasformazioni dovute alla globalizzazione, che hanno prodotto un’ampia fetta di esclusi dai benefici della nuova realtà economica, e la pesante crisi economica mondiale dell’ultimo decennio sono due fattori socio-economici che hanno contribuito a diffondere sfiducia e discredito sulle proposte politiche tradizionali.
Ma risalendo fino alle sorgenti la corrente del grande fiume populista che attraversa l’Italia del 2018, non si può non osservare che ad accrescere la portata di questo corso d’acqua sia stata – paradossalmente – una larga parte di quel mondo intellettuale che oggi si spende preoccupato nel denunciare il pericolo delle forze antisistema.
La vita democratica come “teatrino” dei “politici di professione” da sostituire con il decisionismo degli “uomini del fare” o “rottamatori”, la disarticolazione dei problemi sociali in slogan da attuare anche senza competenze specifiche, il parlare direttamente al popolo, senza l’intermediazione dei partiti, ma ascoltando gli “umori della gente” con i sondaggi, sono processi che hanno soffocato la politica fatta di studio della complessità, di mediazione, di lunghi orizzonti, di esperienza.
Pochissimi, tra gli intellettuali ed opinion maker oggi estremamente preoccupati per i destini del Paese, sollevarono obiezioni sui rischi di tutto ciò, preferendo percorrere la corrente. Ben prima che Casaleggio teorizzasse il Parlamento come inutile orpello, comunque da aprire come una scatoletta del tonno, o che Salvini si facesse largo a suon di “Ruspa!”, “La Casta”, che in modo ingiustamente caricaturale ritraeva un’intera classe politica come composta di persone dedite esclusivamente all’arricchimento e al privilegio, era un best-seller dell’antipolitica pubblicizzato in decine di programmi tv sempre più vuoti e gridati.
Gran parte del mondo giornalistico intellettuale ha lungamente prosperato in questo sistema, a partire dagli inventori di un genere di informazione-intrattenimento che da 20 anni domina ossessivamente tutti i telegiornali e i talk show, trattando in modo allarmistico e superficiale i temi della sicurezza e dell’immigrazione.
Di fronte all’evidente ondata di intolleranza razzista di questi mesi, mentre Mediaset “licenzia” i conduttori rei di avere drenato, con questo giornalismo, voti da Forza Italia alla Lega, alcuni degli inventori di questo genere giornalistico denunciano il clima di odio che serpeggia nel Paese. Lo fanno senza fare ammenda e soprattutto tardivamente: il populismo, se così lo si vuole chiamare, si è fatto largo anche grazie a loro, che oggi ne denunciano i pericoli.

Davide Tondani

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