Ancora sulle bellezze e unicità presenti nella Lunigiana Orientale

Sono tanti altri, oltre quelli cui abbiamo fatto cenno la scorsa settimana, gli aspetti e le zone del territorio del comune di Fivizzano che meritano l’interesse non solo dei curiosi, ma anche degli storici, degli appassionati d’arte, degli archeologi, degli ambientalisti e di chi abbia attenzione a qualsiasi altra attività dell’uomo o ai fenomeni naturali. Non per niente il capoluogo è passato alla storia come “città nobile”, “il bel cantuccio di Firenze”, “l’insediamento più fiorentino della Lunigiana”, ma pure come “il comune delle 100 caratteristiche frazioni” e, in modo ancor più affascinante, “il libro di storia nella storia del libro”. Quanta verità in quest’ultima definizione. Nel 1471, infatti, il prototipografo Jacopo da Fivizzano stampava i primi libri con i caratteri mobili, facendo di Fivizzano la Città della Stampa – peccato che il museo sia ancora inagibile. Un altro primato è quello dell’invenzione della macchina da scrivere. Nello stesso tempo Fivizzano, in tutta la sua estensione, dall’Appennino alle Apuane, è un vero e proprio “luogo-libro”, perché consente di leggere e ripercorrere tutte le epoche storiche attraverso le tracce e i documenti lasciati dall’uomo, dai reperti preistorici dell’uomo di Neanderthal e dalle terme romane di Equi ai castelli e alle pievi medievali, alle vicende della Seconda Guerra Mondiale…. Una particolare menzione, però, meritano i grandi palazzi del XVII secolo del capoluogo – Benedetti-Chigi, Fantoni, Cargiolli, Cojari – certo per la loro architettura, per le facciate armoniose e l’aspetto rinascimentale, per le loro decorazioni, per i loro dipinti.

Una particolare sorpresa, tuttavia, la possono riservare – per l’ampiezza e per le tecniche usate per la conservazione degli alimenti – le loro cantine e i loro fondi sotterranei, dove, in palazzo Cojari ad esempio, avveniva la lavorazione delle pelli. Un mondo ignoto ai più, di ambienti che, recentemente, come in palazzo Fantoni, sono stati sede di mostre di pittura. Se questo mondo sotterraneo, proprietari permettendo, è tutto da scoprire e da ammirare, non meno sorprendenti sono le notizie di oggetti che vengono rinvenuti da appassionati, ma anche veri esperti, nel suolo, in particolare nel boschi: archeologia di superficie, così come denominata dal prof. Tiziano Mannoni.

Viene in mente il calcare ben affilato, forse lama di una piccola falce, trovato nel boschi di Sassalbo da due amiche (Sara Michell ed Ester Ferraris) ed ora sottoposto all’esame degli esperti e delle Soprintendenze, per accertarne le funzioni e il periodo al quale risale – si parla di migliaia di anni prima di Cristo – e, poi, esporlo, magari, a Fivizzano. Potrebbe diventare un pezzo di preistoria, come pezzi di storia sono tutti i ritrovamenti – monete, armi, bossoli… – effettuati col metal detector da un signore di Monzone, che, sfidando lupi e cinghiali, si addentra nel boschi circostanti il paese, durante l’ultima guerra molto frequentati da partigiani e da tedeschi e prima ancora da pellegrini o da persone provenienti dalla costa. L’idea è di raccoglierli – tanto sono numerosi – in una mostra permanente. La scoperta del manufatto litico, se tale fosse accertato, potrebbe dare a Sassalbo anche una connotazione di sito preistorico, in aggiunta alla sua notorietà per le dismesse cave di gesso, i funghi, i castagneti secolari, la sede del Parco dell’Appennino, l’orto botanico, per la intraprendenza dei suoi abitanti, in Italia e fuori. Identità fragile, però, a rischio di lento decadimento, come quella – artisticamente documentata dalle fotografie di Ilario Bessi, esposte nel museo del lavoro di Monzone, che presto si spera tornino al loro posto – della Valle del Lucido, un tempo, non molto lontano, legata al lavoro nelle cave di marmo o di quarzo e alla loro trasformazione in loco in materiali pronti all’uso e all’attività agricola: Giannetti, Bernardini, Angelini, Agnini erano le famiglie proprietarie di vari poderi dati in mezzadria. Ma molti altri coltivavano i propri terreni, in aggiunta al lavoro in cava o nelle fabbriche spezzine. Forse ne sta riacquistando un’altra legata alle acque: le terme, la troticoltura sono attività importanti nell’economia locale collegata all’acqua, mentre lo sfruttamento delle acque nere e salate di Monzone, nonostante vari tentativi, è rimasto pura teoria – tranne l’uso di quella salata in tempo di guerra. Nei pressi di queste sorgenti è ancora funzionante un vecchio mulino ad acqua mèta delle scolaresche della Provincia che sempre trovano nel proprietario Franco la disponibilità a rimetterlo in funzione. Un altro uguale esempio di mulino ad acqua si trova nel museo di Arlia, piccola frazione a nord di Fivizzano, dove c’e una centrale idroelettrica e dove vengono ancora impiegati – per il trasporto della legna – i muli. Costruito nel XIX secolo, sulla riva destra del Rosaro, per macinare castagne, grano, granturco, ha tre macine in pietra. Chiuso nel 1968, oggi rivive grazie al restauro fatto dalla Comunità Montana e a varie manifestazioni. Andreino Fabiani



