Verso nuove scoperte sulle origini dell’ Alzheimer, una emergenza sociale

alzheimerI dati sono allarmanti. Un milione di anziani (il 10% degli italiani sopra i 65 anni) soffre di demenza e l’ Alzheimer è la forma più diffusa e circa tre milioni di familiari sono coinvolti direttamente nell’assistenza ai congiunti non più autosufficienti. La malattia, infatti, si presenta con vuoti di memoria, apatia, insonnia fino al subentrare di grosse difficoltà riguardanti l’alimentazione e il costante bisogno di assistenza. La memoria è essenziale per sapere chi siamo e per avere la possibilità di proiettarci nel futuro con maggior consapevolezza. Per ciascuno di noi essa è sinonimo di identità e di capacità di relazioni, per cui la sua perdita è una mancanza enorme, che induce conseguenze davvero pesanti. Siccome l’Italia ha un’aspettativa media di vita intorno agli 84-87 anni, la scommessa dei ricercatori e dei medici è riempire di benessere e di serenità questo tempo che si allunga.
I farmaci usati oggi per quella malattia ne rallentano l’evoluzione di dodici mesi, ma poi subentra un deterioramento cognitivo progressivo con costi affettivi, sociali ed economici elevati. Per anni è stata cullata la speranza di un vaccino capace di rimuovere la sostanza amiloide che si deposita nel cervello, considerata la causa madre dei disturbi.
Una luce si è accesa in questi giorni, in quanto il gruppo italiano del Campus bio-medico di Roma, con la Fondazione Irccs Santa Lucia e il Cnr, ha individuato l’origine dell’Alzheimer: una distruzione progressiva dei neuroni non nell’area del cervello associata alla memoria, ma nell’area collegata ai disturbi dell’umore e della gratificazione. In una regione profonda dell’encefalo i neuroni rilasciano la dopamina, una sostanza che entra in gioco nelle sensazioni di felicità, di appagamento.
Purtroppo la dopamina, come farmaco, è tossica, pertanto la cura risolutiva resta ancora lontana. Nel frattempo però, possiamo impegnarci affinché il buonumore entri nelle nostre giornate rendendole meno stressanti, ritagliandoci spazi di allegria e, perché no?, anche di felicità. Del resto non l’hanno forse cantata grandi poeti come Montale o Leopardi (ne “Il sabato del villaggio” c’è tutta la ricerca e l’attesa della felicità…) ed analizzata da studiosi ed esperti in psicologia? In effetti, non c’è bisogno di scomodare sì alti personaggi poiché ciascuno di noi ha assaporato i frutti, seppur fugaci, della felicità che appaga mente e cuore.
Così il cervello si mantiene, sicuramente, più sano ed allenato, quindi meno esposto ai rischi della demenza senile. In molti casi alquanto precoce.

(Ivana Fornesi )

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