La povertà non fa distinzione di nazionalità né di provenienza

Un italiano su quattro si sente povero perché ha perso il lavoro, a causa di una malattia, per la dipendenza dal gioco o per la perdita di un familiare.
Segnali contradditori dai provvedimenti approvati dal Parlamento

povertàSecondo il Rapporto Italia 2017 stilato da Eurispes, alla fine di gennaio un italiano su quattro si sente povero. Sono le persone e le famiglia che si trovano in povertà assoluta o sono a rischio di povertà assoluta. Ormai è diffusa anche la consapevolezza di questa condizione da parte della popolazione. Alla domanda “conosce direttamente persone che definirebbe povere?” il 34,6% degli italiani risponde “alcune”, il 20,1% risponde “molte”, il 33,2% risponde “poche”, e solo il 12,1% “nessuna”.
La fotografia di chi si trova in condizione di povertà è abbastanza delineata: single (27,1%) o monogenitore (26,8%) che vive al Sud (33,6%) ed è cassaintegrato (60%) o in cerca di nuova occupazione (58,8%). Si finisce in povertà per aver perso il lavoro (76,7%), a seguito di una separazione o un divorzio (50,6%), a causa di una malattia propria o di un familiare (39,4%), della dipendenza dal gioco d’azzardo (38,7%) o della perdita di un componente della famiglia (38%). Il 77,2% degli italiani conosce persone che non arrivano alla fine del mese; il 61,5% persone che devono chiedere costantemente aiuto a parenti e amici; il 49% che non possono permettersi un posto dove abitare; il 48,2% che non hanno i mezzi per far studiare i propri figli; il 41,9% che non possono permettersi di curarsi; il 41,3% che non possono mantenere i propri figli; il 39,3% che devono rivolgersi alla Caritas e il 25% che si sono rivolte ad un usuraio per ottenere somme altrimenti non reperibili. Va ricordato che la povertà degli italiani non è l’unica povertà presente. Nei giorni scorsi si è svolto a Castellaneta (Taranto) il 39° Convegno di Caritas italiana con 530 delegati provenienti da 155 diocesi. Il tema era: “Per uno sviluppo umano integrale”.
A parlare di povertà, di tutela dell’ambiente, di carcere, di disoccupazione giovanile, di sfruttamento lavorativo, di immigrati c’era chi, tutti i giorni, lotta sulla frontiera della povertà, non quella teorica o immaginata, ma quella fatta di volti veri, di storie spesso tragiche, di dignità calpestate, di speranze deluse. E tutto questo non è appannaggio di un popolo o di una nazione o di una razza: ogni persona appartiene all’umanità e, per chi crede, è creatura di Dio.
Il card. Peter Tukson, presidente del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano (voluto e istituito da Papa Francesco) ha offerto la possibilità di collocare il problema delle varie povertà nella sfera di uno sviluppo integrale della persona che coinvolge tutti gli Stati. Parlando della pace, e richiamando Papa Francesco, ricordava che “non cè vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere in miseria. Non c’è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso, non c’è pace nelle periferie degradate… Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo, di tutto l’uomo”.
Lo sviluppo economico, infatti, per quanto importante, non è l’unico indicatore del benessere di un Paese. Se n’è accorta anche l’ONU, tanto che, dal 1990, ogni anno ha iniziato a pubblicare un “Rapporto sullo sviluppo umano”. Con questo si vuole sottolineare che il guadagno economico è solo un mezzo, basilare, per raggiungere traguardi più eccellenti dello sviluppo e della dignità della persona. Quello che la Caritas, e con essa la Chiesa italiana, sostiene circa la necessità di farsi prossimo di ogni persona, non è un’idea peregrina. A parole, anche nelle solenni cerimonie europee, tutti ne proclamano la necessità. Come stiano andando le cose, purtroppo, si sa. In Italia ci sono segni contrastanti.
Nel mese scorso il Senato ha approvato la Legge delega sulla povertà che prevede il reddito di inclusione per cui la Caritas, e non solo, si batteva da tempo. È la prima volta che nel nostro Paese si definisce una misura di contrasto alla povertà assoluta. Ora si attende un decreto attuativo all’altezza della speranza espressa. È un buon segnale, come è un buon segnale l’approvazione della legge sui minori migranti non accompagnati. Poi, però, sempre al Senato si vota, con la fiducia, il decreto recante disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale, che reintroduce, tra l’altro, i centri di identificazione per le espulsioni, spesso con gravi lesioni ai diritti e alla dignità della persona.
È chiaro che si tratta di provvedimenti sollecitati dalla pancia della gente e si torna al vecchio binomio immigrazione-sicurezza, alimentando un sentimento che mette sempre di più a repentaglio la capacità di accoglienza dei tanti disperati che viaggiano per il mondo.

Giovanni Barbieri

Condividi

Scrivi un commento