Aleppo, prove di rinascita. I cristiani in prima linea per la riconciliazione nazionale

aleppoAleppo prova a rialzarsi dopo oltre 4 anni di guerra. La conquista dei quartieri orientali, o almeno di quel che resta, da parte delle forze fedeli al presidente Assad, sostenute dall’aviazione russa, dai volontari iraniani e da quelli libanesi di Hezbollah, ha posto fine ad un assedio iniziato a luglio del 2012. Oggi si contano i danni. Case, strade, ospedali, mercati, fabbriche, infrastrutture e scuole devastate. La stessa grande moschea degli Omayyadi, simbolo della bellezza di un tempo, è ormai un cumulo di macerie. Nonostante ciò la popolazione cerca di tornare a una parvenza di normalità, grazie anche alla riapertura di 23 scuole nella zona Est, e la conseguente ripresa delle lezioni per 6.500 alunni. Dopo quattro anni, poi, è tornato a sferragliare un treno pendolare in città e, nello stadio, si è giocata una partita ufficiale davanti a circa 5000 spettatori.
La speranza della popolazione civile è che la tregua tenga e si ricostruisca tutto come era prima, non solo le case ma anche l’unità sociale. La riconciliazione nazionale: forse è proprio questa la grande sfida che attende la Siria e Aleppo, quando la guerra non è ancora finita.
La sfida della riconciliazione non spaventa la comunità cristiana della città che continua a fare il possibile per aiutare tutta la popolazione, alimentando la convivenza, l’unico mezzo valido per rimettere insieme i pezzi di una società colpita anche nel cuore. Monsignor Jean-Clement Jeanbart, arcivescovo greco-melkita di Aleppo è ottimista ma non si nasconde le difficoltà. “La vita in città resta difficile – afferma – mancano acqua, elettricità e lavoro. Ma siamo vivi, la città è libera.
Come comunità cristiana aiutiamo tante famiglie a fare fronte ai bisogni primari come il cibo e elettricità che acquistiamo dai generatori sulle strade. Abbiamo dei furgoncini che portano cisterne di acqua in giro. Fino ad oggi abbiamo risistemato 300 case colpite dalla guerra e aiutato 80 giovani ad avviare una attività commerciale con dei prestiti a fondo perduto. Si sta lavorando per riattivare strade e comunicazioni ferroviarie”.
“Da parte mia sono sempre più convinto che quando i mercenari stranieri saranno usciti dal nostro Paese i siriani potranno far rivivere la loro grande tradizione di convivenza e di dialogo. La Siria deve restare un Paese sovrano e non in balia della potenza di turno”.
La voglia di rinascere della città martire siriana è testimoniata anche dal padre gesuita Sami Hallak, responsabile del centro del Jesuit Refugee Service (Jrs) di Al-Azizieh, ad Aleppo. Da sempre in prima fila nel portare aiuto alla popolazione cristiana e non, il religioso parla di “popolazione contenta sebbene priva di lavoro, di luce e di acqua. La situazione è peggiore ad Aleppo Est teatro di gravi scontri e bombardamenti. I quartieri sono distrutti e molti dei loro abitanti in questi anni hanno trovato rifugio nelle parti occidentali. Il loro rientro nelle rispettive zone di provenienza è cominciato solo dopo che le forze governative hanno ripreso il controllo della parte Est. Ma tutto si muove lentamente perché non ci sono più servizi di base. Manca anche la polizia, la sicurezza non è garantita. La maggior parte delle case è stata distrutta”. In questa fase l’attenzione del Jrs si sta rivolgendo a tante famiglie cadute in estrema povertà. Per queste, spiega il gesuita, “stiamo allestendo dei piccoli centri di aiuto vicino ai check point dove ci sono militari armati. Questo scoraggia i malintenzionati che vogliono rubare cibo e acqua destinati ai più bisognosi. Lo stesso stiamo cercando di fare ad Aleppo Est, con dei punti di distribuzione di pasti caldi perché la popolazione non ha nulla in casa”.

(Daniele Rocchi)

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