Luigi Luccheni: l’assassino della principessa Sissi arrivato da Albareto

Stampata un’accurata ricerca di Marco Diaferia

LuccheniNell’annata 2013 di Archivio storico per le province parmensi, la rivista di quella Deputazione, è presente uno studio fatto sul campo in archivi, saggi storici e giornali di Marco Diaferia sull’anarchico Luigi Luccheni, che il 10 settembre 1898, appostato dietro un albero, con un’unica pugnalata al petto uccise a Ginevra l’imperatrice d’Austria Elisabetta detta Sissi.
Il saggio consta di una premessa in cui Diaferia richiama una nota dell’archivio parrocchiale (uno dei tanti da lui studiati e dati alle stampe) di Albareto – che faceva parte della diocesi di Pontremoli insieme a Gotra, Baselica, Buzzò e Valdena – in cui si dice che una ragazza madre del paese partorì a Parigi nel 1873 Luigi Luccheni, di padre ignoto, accolto nell’ospizio dei trovatelli a Parma, poi affidato a due famiglie di Varano dei Melegari (Nicasi e Monaci).
Le fonti utilizzate sono molteplici, una verifica di persona Diaferia la fece a Berna su carte dell’Archivio Federale Svizzero.
La biografia di Luccheni è avventurosa e molto travagliata. Le famiglie che lo ebbero in affido erano povere, lo presero in cambio di un sussidio pubblico, frequentò la scuola fino alla seconda elementare, dormiva in una stalla piena di topi, vennero poi nuove esperienze come garzone, lavorò anche nei cantieri della ferrovia Parma-La Spezia, conobbe una prima galera per renitenza alla leva, arruolato in cavalleria finì a Massaua in Eritrea.
E venne l’arrivo a Ginevra dove compì l’assassinio; subito arrestato, ebbe processo immediato e condannato all’ergastolo. Fu trovato impiccato il 19 ottobre 1910 con forti sospetti che in realtà sia stato un omicidio. Il gesto di Luccheni avviene in anni di massima espansione del movimento anarchico e di forti tensioni sociali (tra cui la strage di Milano). Luccheni1
Tentativi di analisi antropologica del gesto vennero da Cesare Lombroso con una diagnosi medica e fisica. Nel 1998, a cento anni dai fatti, tornarono a parlare del Luccheni giornalisti quali Montanelli e Casalegno, ma lo studio più significativo è quello di Pier Carlo Masini, che, nella sua Storia degli anarchici italiani nell’epoca degli attentati (Rizzoli, 1981), valuta gli atti anarchici scelte individuali anziché progetti ideologici, suonano come protesta contro icone, come Sissi, di una società dorata da parte di persone frustrate dalla miseria e con vaghi sogni di riscatto universale.
Analisi che collima con la posizione ufficiale del movimento anarchico, rintracciabile anche su vari articoli de La gazzetta di Parma. Luccheni è indicato nel romanzo storico di Riccardo Bacchelli Il diavolo al Pontelungo come uno dei tanti in cui l’utopia si corruppe in delinquenza comune. C’è stato anche chi ha dato giustificazione morale del gesto di Luccheni, “un povero manovale” che mise in gioco la sua vita per protesta contro le ingiustizie della storia. Il nazionalista Alfredo Oriani intese l’attentato di Ginevra “un’eruzione prodottasi nel corpo sociale”.
Al Convento dell’Annunziata di Pontremoli nel 1988 il pittore e illustratore Flavio Costantini mise in mostra documenti di attentati anarchici, non c’era quello del Luccheni, ma esiste ed è riprodotto nel saggio di Diaferia. All’Archivio di Stato di Parma una mostra sull’emigrazione nel 2009 espose carte relative a Luccheni, personaggio andato anche sotto la penna di scrittori famosi. Carducci equipara la colpa dell’attentatore a quella degli Asburgo. D’Annunzio constata che la “forza del pugnale” salvò Sissi dall’oblio. Pascoli nell’ode “Nel carcere di Ginevra” invoca pietà verso Luccheni perché l’odio è stolto.

(Maria Luisa Simoncelli)

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