Dalla “Gadget” alla “Big Ivan”, la folle corsa verso la bomba nucleare

Il 16 luglio 1945 nel deserto del New Mexico il primo test di un’esplosione atomica

esplosione_nucleareNel bel mezzo del deserto nello stato del New Mexico, sperduta tra le città di Albuquerque e El Paso, una vasta area di dune di sabbia chiarissima, quasi bianca, si distende modellata dal vento dell’ovest. Nel 1906 divenne monumento nazionale, il “White Sands” appunto; qualche anno dopo, il 29 aprile 1934, più di 4.000 persone affollarono la zona per l’inaugurazione delle prime strutture a favore dei turisti e di quanti avevano eletto quell’area, certo all’apparenza non particolarmente ospitale, ad una delle più richieste per le scampagnate domenicali. Terra di “nativi americani” fino alla seconda metà del XIX secolo, dominio incontrastato dei Mescalero Apaches che furono fieri oppositori della colonizzazione occidentale fino alla “sottomissione” che nel 1873 li relegò nella riserva e diede via libera alla totale conquista di quella parte del west americano.
Ma questa è soprattutto l’area che ospita uno dei più grandi complessi militari degli Stati Uniti, a cominciare proprio dalla “White Sands Missile Range” un insieme di strutture che copre una superficie sterminata di oltre 8.300 chilometri quadrati.
Qualche decina di chilometri più a nord, là dove la pianura desertica si alterna a colline di roccia bruna, il 16 luglio 1945 ebbe luogo il “Trinity test”, la prima esplosione nucleare della storia dell’uomo. Una prova decisiva che avrebbe dovuto fornire risposte definitive sulla reale possibilità di poter utilizzare la bomba atomica nella guerra in corso; possibilità che gli statunitensi inseguivano almeno dal 1939. C’era grande incertezza intorno a quel test: non si era certi neppure della potenza distruttiva della bomba e le stime della vigilia erano le più diverse.

Da sinistra: Julius Robert Oppenheimer (1904 - 1967) responsabile scientifico del progetto Manhattan per la produzione della bomba atomica. Enrico Fermi (1901 - 1954) nobel per la Fisica nel 1938, padre del primo reattore nucleare a fissione messo in funzione a Chicago nel 1942. Andrej Sakharov (1921 - 1989) a capo del gruppo di scienziati sovietici che misero a punto la bomba H più potente mai sperimentata.
Da sinistra:
Julius Robert Oppenheimer (1904 – 1967) responsabile scientifico del progetto Manhattan per la produzione della bomba atomica.
Enrico Fermi (1901 – 1954) nobel per la Fisica nel 1938, padre del primo reattore nucleare a fissione messo in funzione a Chicago nel 1942.
Andrej Sakharov (1921 – 1989) a capo del gruppo di scienziati sovietici che misero a punto la bomba H più potente mai sperimentata.

A battezzare “Trinity” quella prima bomba fu lo stesso Robert Oppenheimer (nato a New York nel 1904 da genitori tedeschi, entrambi ebrei), direttore dei laboratori di Los Alamos che svilupparono tutto il progetto atomico degli USA; ma tra gli scienziati che assistettero al test alle 5,29 di quel lunedì mattina del luglio di settant’anni fa c’era anche Enrico Fermi, l’uomo che aveva dato un contributo determinante per arrivare a quel risultato. Due anni e mezzo prima, il 2 dicembre 1942, era riuscito infatti a far funzionare il primo reattore nucleare a fissione da lui stesso progettato: l’esperimento per realizzare la prima reazione nucleare controllata era riuscito in pieno. Lo scienziato nato a Roma nel 1901, trapiantato negli Stati Uniti fin dal 1938 e che sarebbe morto per un cancro allo stomaco solo pochi anni dopo (nel 1954) ottenne quello straordinario risultato destinato a cambiare – nel bene e nel male – la storia dell’umanità. E lo fece in un laboratorio segreto allestito sotto le gradinate dello stadio del campus universitario di Chicago. A testimoniare l’importanza dell’evento il presidente Roosevelt fu subito informato di quel successo strategico; il messaggio fu: “Il navigatore italiano è giunto nel nuovo mondo”.
Difficile dire se e quanti tra i presenti quella mattina nel deserto del New Mexico si rendessero contro delle conseguenze che avrebbe avuto quanto stavano per osservare. Oggi sappiamo che quei pochi secondi cambiarono il futuro e le prospettive dell’umanità e l’onda d’urto che 40 secondi dopo l’esplosione investì il laboratorio che ospitava gli scienziati non era destinata ad esaurirsi, ma avrebbe continuato a manifestare i suoi effetti fino ai giorni nostri e a quelli che verranno. Ad esplodere fu un prototipo, una bomba al plutonio (nome in codice “The Gadget”) con minore potenza ma con le stesse caratteristiche di quella che tre settimane dopo, il 9 agosto, sarebbe stata sganciata sulla città giapponese di Nagasaki.
Tra quelle due esplosioni ci fu quella più famosa e terribile: alle 8,16 del 6 agosto, la città di Hiroshima divenne l’obiettivo del primo attacco nucleare contro la popolazione: “Little Boy”, la bomba atomica sganciata dal bombardiere “Enola Gay”, esplose a 576 metri. Era quella l’altitudine calcolata come la più idonea a provocare il massimo numero di vittime e la distruzione totale della più vasta area possibile. Così fu: l’enorme spostamento d’aria, diffondendo altissime temperature e radiazioni letali, rase al suolo la città per un raggio di due chilometri, ma gli effetti furono avvertiti a decine di chilometri; morirono all’istante 78.000 persone, anche se il calcolo è stato possibile solo a distanza di anni; altre 50.000 rimasero ferite o risultarono disperse. Le terribili conseguenze delle radiazioni portarono nel tempo indicibili sofferenze e altre decine di migliaia di morti, con una stima finale superiore alle 200.000 persone. Un bilancio ragionieristico dei numeri ci dice che gli effetti in termini di perdite di vite umane a Nagasaky furono minori, soprattutto per la diversa vocazione dell’area cittadina prescelta (residenziale a Hiroshima, industriale a Nagasaky) oltre alla conformazione del territorio e del suolo; minori ma sempre impossibili da accettare: 75.000 morti. Cinque giorni dopo il Giappone si arrese.
Negli anni successivi con il crescere della consapevolezza planetaria dell’orrore compiuto sulle due città giapponesi si sviluppò il dibattito sulla reale necessità dell’utilizzo dell’arma atomica. Molti continuarono a giudicare ancora sostenibile la tesi che con quei bombardamenti e con quei morti si potè ridurre la durata della guerra di alcuni mesi, risparmiando decine di migliaia di vite umane soprattutto tra i soldati americani e sovietici che stavano preparando l’invasione del Giappone. Ma ci furono molte voci autorevoli dai toni più che critici; tra queste ci fu anche quella dello stesso Eisenhower che nelle sue memorie al termine del mandato di presidente degli Stati Uniti (1953-1961) ricorda la propria reazione non appena informato del progetto di bombardare il Giappone con armi atomiche. All’epoca era generale al comando delle forze alleate in Europa, ma il ruolo non gli impedì – scrisse – di formulare più di un motivo per mettere in discussione quella decisione. In particolare il generale aveva ben chiaro che il Giappone era ormai sconfitto: dunque sganciare quella bomba alla quale gli USA avevano lavorato per anni non era più necessario; inoltre c’era la consapevolezza che gli Stati Uniti – che pure nel corso della guerra avevano bombardato pesantemente le città di mezzo mondo – non avrebbero dovuto “sconvolgere l’opinione pubblica” con l’uso di un’arma così terribile il cui impiego non era più obbligatorio. Perfino Oppenheimer, viste le conseguenze del lavoro che aveva diretto, all’inizio si rifiutò di partecipare al progetto per la realizzazione della bomba all’idrogeno che innescò una folle corsa che vide gli USA sperimentare la prima bomba H alla fine del 1952 e l’URSS sopravanzarli nel 1961 con il test della più grande esplosione termonucleare mai effettuata, a coronamento di un progetto condotto sotto la guida scientifica di Andrej Sakharov. La distruzione provocata dalla “Big Ivan”, in una regione semidesertica oltre il circolo polare artico, si propagò per decine di chilometri. La sua potenza venne calcolata superiore di tremila volte a quella sganciata su Hiroshima.
Oggi si stima ci siano nel mondo più di quattromila testate nucleari pronte all’uso, i due terzi delle quali in possesso di Stati Uniti e Russia. Così nel Memoriale della Pace della città giapponese la fiamma, pensata per restare accesa fino a quando anche una sola arma atomica sarà presente sulla Terra, continua a bruciare.

Paolo Bissoli