La fine del potere dei Savoia

Con il referendum del 1946 l’Italia sceglie la Repubblica.
Quella di re Umberto era la più antica dinastia europea. La Sindone.

umbertoUn casato al potere dal sec. XI quello dei Savoia, su terre francesi e italiane regionali e poi nazionali. Capostipite è considerato Umberto Biancamano che iniziò la costante politica, che gli storici chiamano “del carciofo”, con annessioni “foglia su foglia” di terre contigue. Dalla Savoia coi centri di Annecy e Chambéry la giurisdizione dei duchi sabaudi penetrò in Val d’Aosta, in Piemonte e Liguria interna. L’accesso al mare fu soddisfatto con Amedeo VII che alla fine del Trecento ebbe Nizza e coste liguri. Dopo perdite nei tempi delle guerre tra Francia e Spagna, il duca Emanuele Filiberto, vincitore della battaglia di S. Quintino del 1557 a favore della Spagna, recuperò quanto perso, trasferì la capitale a Torino e aggregò nuovi “petali” ai suoi domini, praticando quella che fu sempre la strategia dei Savoia: destreggiarsi in disinvolte alleanze tra Francia, Spagna e Impero sfruttando la collocazione geografica dello Stato. Vittorio Amedeo II lasciò l’alleanza col re Sole e si schierò con la Spagna ottenendo il titolo di re. Dopo la vittoriosa battaglia di Torino del 1706 il potere dei Savoia si estese a tutto il Monferrato, Lomellina e Valsesia. Restò insoddisfatta l’ambizione di prendere la Lombardia, assegnata all’Austria, in cambio fu data la Sicilia. Ma la denominazione divenne “regno di Sardegna” per permuta ad opera del card. Giulio Alberoni ministro di Elisabetta Farnese, seconda moglie del re di Spagna Filippo V, che fece anche passare il ducato di Parma e Piacenza ai Borbone. Un Savoia molto importante è Eugenio al servizio di Leopoldo I imperatore; distrusse l’esercito turco liberando l’Europa dall’incubo della conquista ottomana, allargò i confini dell’impero, per gratitudine gli fu donato il palazzo Belvedere, una delle bellezze di Vienna. Il Congresso di Vienna del 1815 restaurò l’assetto politico europeo sconvolto da Napoleone. I Savoia riebbero tutti i loro territori più quelli della defunta Repubblica Ligure. Lo stato sabaudo confinava con la Lunigiana: Parana era piemontese, come la val di Vara, Sarzana. Nel 1831 divenne re Carlo Alberto del ramo Savoia Carignano, concesse nel 1848 lo Statuto albertino, passato a statuto del regno d’Italia. Fece la I guerra d’Indipendenza contro l’Austria, sconfitto si ritirò in Portogallo, Vittorio Emanuele II, re d’Italia grazie alla politica di Cavour, aggregò altri “petali” (Lombardia, ducati centrali, Granducato toscano, Stato Pontificio escluso il Lazio, Italia meridionale borbonica), dovette però cedere alla Francia, in cambio dell’alleanza nella guerra II del 1859, Nizza e la Savoia. Garibaldi si ritrovò straniero. Nel 1900 l’uccisione di Umberto I aprì i 46 anni del regno di Vittorio Emanuele III. All’inizio fu un buon re, lasciando mano libera alle riforme progressiste del primo ministro Giolitti (nazionalizzazione delle ferrovie, libertà di sciopero, nascita della Cgil, riforme economiche che portarono la lira ad avere aggio sull’oro, apertura ai socialisti di Turati, riforma elettorale e suffragio universale maschile, patto Gentiloni coi cattolici), ma la catastrofe cominciò col voltafaccia delle alleanze, passando nel 1915 all’Intesa contro gli Imperi centrali: l’Italia andò in guerra. Nel difficile tempo dopo “l’inutile strage”, il re fu responsabile del fascismo al potere, incaricò Mussolini di fare quel governo che di fatto lo rese un burattino manovrato dal Duce, subì la distruzione dello Stato liberale, dichiarò la guerra d’Africa, accettò l’alleanza con Hitler nella Mondiale II, firmò le leggi razziali, nella catastrofe dell’8 settembre 1943 lasciò il Paese senza guida (pure vile colpa fu quella dei capi militari che si misero in salvo e lasciarono esercito e civili senza ordini e senza difesa dall’occupazione tedesca). Per fortuna il 2 giugno 1946 l’Italia fu repubblica, anche se i voti monarchici furono oltre dieci milioni. Il 9 maggio 1946 si decise ad abdicare, lasciò il regno a Umberto II, “il re di maggio” in carica pochi giorni, lasciò l’Italia per ritirarsi in Portogallo comportandosi con dignità. Fu la fine del potere di una dinastia; gli eredi ora riempiono solo le cronache mondane.

Maria Luisa Simoncelli

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