Con la scomparsa del partigiano Pietro Gnecchi se ne è andato l’ultimo eroe del Lago Santo

Si è spento a Bedonia a 91 anni l’estate scorsa. Dopo la Resistenza, le miniere in Belgio.
Era l’ultimo del gruppo dei nove che nel marzo 1944 dopo venti ore sconfissero un preponderante reparto tedesco che li aveva sopresi nel rifugio

Pietro Gnecchi nell'estate del 2011
Pietro Gnecchi nell’estate del 2011

Pietro Gnecchi era uno dei nove eroi del Lago Santo: tra i primi partigiani ad unirsi al “Picelli” fin dal novembre 1943, nel marzo successivo si era trovato con il comandante “Facio” e altri sette compagni nel rifugio coperto di neve, assediato da un reparto tedesco che era stato messo sulle loro tracce.
Male armati e inferiori di numero, i nove riuscirono a resistere per venti ore e a vedere il nemico ritirarsi. I suoi compagni se ne sono andati uno dopo l’altro: il primo fu proprio “Facio” poche settimane dopo, fucilato da altri partigiani ad Adelano; l’ultimo era stato il pontremolese Pietro Zuccarelli, un paio d’anni fa.
Ora anche lui li ha raggiunti: è morto infatti nella sua Bedonia la scorsa settimana, a 91 anni. Dopo la Resistenza e il matrimonio, per Pietro si era aperta una nuova sfida: quella di costruire una vita per sé e per la famiglia; come tanti dell’Appennino era stato costretto ad emigrare, destinazione le miniere del Belgio dove era rimasto per trent’anni. Poi il ritorno e la partecipazione attiva a decine di cerimonie, non tanto per celebrare quanto per testimoniare; la presenza e i racconti di un ragazzo diventato presto uomo che nel 1943 aveva scelto di stare dalla parte più scomoda, contro fascisti e tedeschi.
Al Lago Santo era salito a piedi dalla valle del Verde, passando per Mulazzo e Filattiera, con quel gruppo di partigiani che ancora non sapevano di essere eroi. Con Dante Castellucci “Facio” e Pietro Gnecchi erano Luigi Casula, Luciano Gianello, Giorgio Giuffredi, Giuseppe Marini, Terenzio Mori, Lino Veroni e Pietro Zuccarelli.

Quella battaglia dimostrò che si poteva vincere la guerra

Sull’ingresso del rifugio “Mariotti” al Lago Santo, una grande lapide in marmo elenca i nomi dei nove partigiani, ma soprattutto ci spiega come quella battaglia vittoriosa dimostrò che il terribile nemico tedesco si poteva sconfiggere. Nella primavera 1944 di fine della guerra non si parlava ancora, l’oppressione era forte, la repressione diventava terribile, fascisti e nazisti uccidevano un numero crescente di civili innocenti. Con la loro vittoria su un numero ben superiore di nemici, il comandante “Facio” e i suoi otto fedelissimi non salvarono solo le loro vite e la loro formazione, ma furono la prova che la strada della ribellione poteva portare alla fine della guerra e della dittatura. La lapide ce lo dice: “l’urlo di vittoria echeggiò per le convalli e insorse la nuova Italia”; nei mesi successivi centinaia di giovani dei due versanti dell’Appennino si unirono al “Picelli” o si organizzarono in altre formazioni partigiane. La guerrra di Liberazione sarebbe stata ancora lunga e i morti centinaia, ma l’insurrezione era iniziata.

Negli anni più volte e da più parti era stata chiesta l’assegnazione di un’onorificienza per un’impresa che contribuì a cambiare il corso della storia. Ora potrebbe essere la volta buona: il comune natale di Dante Castellucci, Sant’Agata di Esaro (CS) ha chiesto che a “Facio” venga assegnata la Medaglia d’oro al Valor Militare per la battaglia del Lago Santo; la richiesta è sostenuta dall’ANPI di Massa Carrara e dal Comitato Unitario della Spezia. Potrebbe essere l’occasione perché venga finalmente riconosciuto il loro merito e il loro valore.
Gnecchi ogni volta riviveva quelle ore: “Hanno cominciato con mitraglie, mitragliatrici, bombe a mano… È stato un inferno… e dopo sono entrati dalla porta in faccia al lago… e lanciavano le bombe a mano col manico ma noi siamo riusciti a prenderne molte che non erano ancora scoppiate e a rilanciargliele contro… non ci conoscevamo più in faccia tanto che eravamo sporchi e sfiniti; allora c’era uno di noi che ha detto: è San Giuseppe, speriamo che ce la dia buona, se no che vada come vuole, moriremo tutti e nove assieme”.
Ora i nove sono di nuovo riuniti, alla fine sono tornati in gruppo: chi con il volto del giovane di allora, altri segnati dalle rughe degli anni vissuti, ciascuno secondo quanto gli è stato concesso. A tutti la gratitudine di chi, grazie anche a loro, può godere della libertà.

p.biss.