
Mentre il mondo resta inchiodato ai tanti drammi che lo coinvolgono, Papa Leone ha pensato bene di riprendere in mano documenti “antichi”, le Costituzioni conciliari, facendone oggetto delle catechesi del mercoledì. O il Papa è fuori dal mondo e dalla storia — ma a ben guardare non sembra proprio — oppure, con la scelta di queste tematiche, vuole ricordare alla Chiesa e al mondo che le problematiche attuali si possono affrontare soltanto se si torna alle radici della fede (per chi crede) o alle radici di una umanità disorientata (per chi non crede).
“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia”. Sono le parole di introduzione alla Gaudium et Spes che il Papa ha riproposto ai credenti e a tutti.
Questa Costituzione conciliare vuole approfondire i rapporti tra la Chiesa e il mondo. All’epoca della sua redazione era un mondo in grande fibrillazione (non esistono tempi tranquilli!): guerra fredda, crisi di Cuba, la guerra di Corea appena conclusa, l’inizio dei problemi in Vietnam… Ma i protagonisti del momento erano Papa Giovanni XXIII, Kennedy, Krusciov, Martin Luther King, Helder Camara, Gandhi. In un fermento di grandi speranze di pace e di diritti civili riconosciuti si svolgeva il Concilio Vaticano II. La Costituzione ebbe un forte impatto nella vita della Chiesa, manifestandosi subito come una miniera di stimoli e riflessioni.
Sotto la spinta del Concilio nacquero la Caritas, la Comunità Papa Giovanni XXIII e la Comunità di Sant’Egidio, per citarne solo alcune. Se oggi il Papa ci stimola a ristudiare le Costituzioni Conciliari è perché ritiene necessario farsi animare di nuovo dallo Spirito, lasciarsi coinvolgere e non fermarsi a una lettura superficiale. Forse è di nuovo il tempo, evocato da San Paolo VI nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, secondo cui l’uomo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri.
Tornando alla Gaudium et Spes, il Pontefice ricorda che la dignità di ogni essere umano non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede. Essere persona significa percepire sé stessi come dono da condividere, crescendo e maturando nell’accoglienza, nella reciprocità e nel servizio. Sono tre, le espressioni più significative della dignità della persona che la Gaudium et Spes richiama e che il Papa rilancia: l’intelligenza, che rende l’uomo cercatore insaziabile della verità; la coscienza, per mezzo della quale egli dà unità e senso alla propria vita; e la libertà, che lo rende protagonista responsabile delle proprie decisioni.
Giovanni Barbieri



