Una spiritualità che plasma  la coscienza sociale

Riflessioni sulla “Dilexit te”, l’esortazione di Papa Leone XIV – capitolo terzo

Ogni autentica opera di carità nasce da un cuore in preghiera. Nella storia della Chiesa, l’amore per i poveri non è mai stato semplice filantropia, ma gesto profondamente politico: un modo di rimettere al centro dell’agire umano la dignità della persona, così come Dio la guarda.
La preghiera educa lo sguardo e, di conseguenza, può trasformare la società perché chi prega veramente non può restare indifferente di fronte all’ingiustizia. Senza preghiera, la carità rischia di ridursi a generosità che anestetizza la coscienza, ma una carità senza una spinta sociale sarebbe altrettanto vuota, non mettendo al centro la persona umana ma l’interesse e la soddisfazione di chi la compie.
Proprio per questo la fede cristiana non può mai essere disincarnata: l’Eucaristia celebrata sull’altare allora si prolunga nelle scelte di vita, nei rapporti economici, nella difesa dei più deboli. L’amore, che nasce nella contemplazione, può chiedere di essere tradotto in giustizia, pace, custodia del creato.

La foto ufficiale di Papa Leone XIV (Foto Vatican Media/SIR)

Così pregare diventa un esercizio di dialogo per chiedere luce per discernere e forza per agire. I santi lo hanno compreso bene. Da Lorenzo, che indicava nei poveri i veri tesori della Chiesa, a Francesco d’Assisi, che si spogliò per farsi fratello di tutti, fino a Oscar Romero, che difese i contadini del Salvador a costo della vita: tutti hanno mostrato come la preghiera sia una forza trasformatrice, capace di incidere, fattivamente, nella storia.
Non si tratta di spiritualismo, ma di una forma di politica evangelica: cercare di costruire una polis in cui l’uomo non sia mai ridotto a mezzo. La preghiera plasma una coscienza sociale capace di interrogare le strutture economiche, le disuguaglianze, le logiche di esclusione.
Chi ha una relazione con Cristo nella preghiera non riesce ad accettare un mondo che produce scarti, ma deve cercare di costruire, con i fratelli e le sorelle che il Signore gli mette di fianco vie di giustizia e di fraternità.
Per questo la carità non è mai neutrale: è un atto politico nel senso più alto, perché si schiera con gli ultimi e propone un modello alternativo di società, sana le ferite prodotte da un sistema che si basa sulla performance e tenta di costruire il dialogo senza lasciare spazi a parole di guerra.
Oggi, in un tempo che misura tutto in termini di efficienza e profitto, la Chiesa è chiamata a ricordare che l’essere precede il fare e che solo una comunità che si lascia rigenerare dalla Parola e dall’Eucaristia e dal loro ritmo lento e profondo può diventare segno credibile di speranza.
La preghiera, così, non ci allontana dal mondo ma ci immerge nel mondo in un processo di incarnazione profondo restituendoci ad esso con uno sguardo nuovo, libero, profetico, capace di dire e curare con parole nuove.
Così la carità, nutrita dalla preghiera, diventa atto pubblico, fermento di giustizia, segno concreto che un’altra politica – quella che rovescia i potenti dai troni ed innalza gli umili – è possibile.

Alessandro Conti
Responsabile diocesano Pastorale Sociale e del Lavoro