Dopo la morte di Juan Domingo Perón, con il governo della moglie Isabelita era salita al potere l’ala più conservatrice del partito

Siamo ormai alla vigilia del 50° anniversario del colpo di stato che, nel marzo del 1976, avrebbe consegnato l’Argentina al governo dei militari e inaugurato la drammatica stagione della repressione e della sparizione di decine di migliaia di oppositori politici o presunti tali.
Quella dell’Argentina è una realtà geograficamente lontana dall’Italia, eppure è così vicina a noi soprattutto viste le origini italiane di un’alta percentuale di componenti la società del Paese sudamericano, all’epoca figli o nipoti di quei milioni di nostri connazionali emigrati a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
Cinquant’anni fa, sul finire del 1975, la situazione in Argentina era critica: alla crisi politica esplosa nei mesi successivi alla morte del presidente Juan Domingo Perón (luglio 1974) era seguita una crisi economica e sociale quanto mai grave. Al fondatore del “peronismo” era succeduta la vedova, Isabel Martínez de Perón, nota a tutti come Isabelita che tuttavia non riuscì a controllare il potere affidato a quel José López Rega, suo segretario e da lei nominato ministro. Egli era, tra l’altro, fondatore della “Tripla A” (Alleanza Anticomunista Argentina) la formazione paramilitare responsabile fin dal 1973 di omicidi tra i rappresentanti politici avversari.

Il clima da vera e propria guerriglia sociale in atto in quell’ultimo scorcio del 1975 vedeva da un lato il braccio armato della sinistra peronista (i Montoneros) e dall’altro il Governo federale con le forze armate e le formazioni paramilitari. Se lo stesso Rega, il cui sostegno alle azioni della “Tripla A” era ormai divenuto evidente, fu costretto alle dimissioni dall’esecutivo, la repressione contro i Montoneros assunse connotati di assoluta eccezionalità con azioni di antiterrorismo e antisovversione.
Una violenza dilagante che sembrava poter degenerare in una vera e propria guerra civile: nel solo mese di dicembre furono 62 i morti che aumentarono ancora nei due mesi seguenti.

Sulla scena comparve il gen. Jorge Rafael Videla, nuovo comandante dell’esercito, nonché futuro dittatore il cui nome sarebbe ben presto divenuto tristemente noto e associato a quelli di decine di migliaia di desaparecidos. Fu lui ad intensificare ancora l’azione repressiva contro i movimenti di protesta in generale e, in particolare, contro quelli organizzati per la guerriglia.
L’Ejército Revolucionario del Pueblo e i Montoneros uscirono ridimensionati numericamente e politicamente, con sempre più larghi settori della società argentina stanchi delle violenze e disillusi circa le reali prospettive di cambiamento. Si stava insomma creando il clima ideale per l’intervento delle forze armate, da molti erroneamente ritenuta l’unica istituzione dello Stato in grado di portare l’Argentina alla pacificazione civile e di risollevare le sorti di un’economia ormai ridotta in rovina.
La presidente Isabelita Perón fu incapace sia di affrontare efficacemente la crisi economica sia di impedire l’intervento generalizzato dell’esercito e la presa del potere da parte dei generali che avrebbero inaugurato quella lunga stagione del terrore sulla quale si sta ancora cercando di fare chiarezza.
(p. biss.)



