Il primo allestimento nel Castello del Piagnaro inaugurato il 9 novembre 1975 dal ministro Giovanni Spadolini. Dal 2015 è visitabile nel nuovo percorso progettato dall’arch. Guido Canali

Per il taglio del nastro era arrivato a Pontremoli da Roma nientemeno che il Ministro per i Beni Culturali e Ambientali Giovanni Spadolini, al governo con una coalizione DC-PRI guidata da Aldo Moro. Un evento quasi epocale per quella che, come non mancò di sottolineare lo stesso Spadolini, era una “terra rimasta ai margini dello sviluppo economico”.
A partire però da quell’autunno del 1975, sempre per usare le parole del Ministro, quel nuovo spazio “deputato alla ricerca, alla diffusione ed allo sviluppo della cultura” poteva essere “condizione e premessa di libertà e progresso” per tutto il territorio.
Il nuovo spazio è il Museo delle Statue Stele di Pontremoli ed è con queste grandi aspettative che esattamente cinquant’anni fa veniva inaugurato. E se non è stato quella locomotiva della Lunigiana vaticinata da Spadolini, porta benissimo il suo mezzo secolo di età, complice anche un perfetto “lifiting” nel 2015 e, soprattutto, continua ad attrarre, con il fascino misterioso delle sue stele, appassionati, studiosi e turisti da tutta Europa.
Il primo allestimento del museo fu aperto al pubblico il 9 novembre del 1975. “Rarissimi, straordinari reperti della preistoria hanno trovato una conveniente sistemazione nel Castello del Piagnaro a Pontremoli” annunciava un giovane Romano Novetti a cui “Il Corriere Apuano” aveva affidato la cronaca dell’inaugurazione.

Una casa comune L’esigenza di trovare uno spazio adatto ad ospitare le numerose stele che negli ultimi decenni erano state rinvenute nella valle del Magra su una superfice di circa 1000 kmq era avvertita da tempo e già da qualche anno l’Amministrazione Comunale di Pontremoli aveva offerto la disponibilità degli spazi del Castello del Piagnaro, abbandonato per anni a sè stesso e oggetto negli anni Settanta di un primo parziale restauro.
Fu solo però grazie all’instancabile impegno del professor Augusto Cesare Ambrosi, sindaco di Casola in Lunigiana (ma anche insegnante, alpinista, profondo conoscitore di storia e tradizioni locali), che il “Museo dei Menhir”, come veniva chiamato da molti, è riuscito a diventare realtà superando, per una volta, i tradizionali campanilismi lunigianesi.
Erano anni che vedevano quelle pietre misteriose spuntare come funghi, l’ultima proprio nell’agosto 1975 a Taponnecco nel Comune di Licciana Nardi.

L’intuizione di Ambrosi, ecclettico professore ma con la visione del buon amministratore pubblico, fu quella di mirare sin da subito a fare di quelle “strane” statue il volano dello sviluppo culturale ed economico del territorio, dando vita, si direbbe oggi, alla prima e più importante operazione di marketing territoriale in Lunigiana.
Se oggi le statue stele sono a tutti gli effetti il simbolo identitario della Lunigiana, è anche perché Ambrosi, dopo aver creato una prima raccolta archeologica nel Comune di Casola, volle fortemente che le stele fossero esposte assieme in una sede di prestigio come il castello di Pontremoli, per renderle più fruibili e valorizzabili.
Alla realizzazione contribuirono poi economicamente sia la Regione Toscana, sia successivamente l’Istituto Storico dei Castelli presieduto allora dal professor Giancarlo Fanfani. L’evento L’inaugurazione fu, dunque, un grande evento con la presenza del Ministro che certificava con il proprio “imprimatur” il valore nazionale del nuovo museo.

Le cronache della giornata sono una istantanea dei “notabili” e dei politici pontremolesi e lunigianesi che hanno segnato la storia della Lunigiana tra gli anni ‘70 e ‘80: il sottosegretario e senatore Alberto Del Nero, i parlamentari Negrari e Mignani, il vescovo Giuseppe Fenocchio, oltre ai presidenti di associazioni di ricerche storiche e etnografiche come il professor Germano Cavalli che ha aveva preso parte a numerosi ritrovamenti di menhir tra Villafranca e Bagnone con un gruppo di giovani con cui avrebbe poi dato vita all’Associazione “Manfredo Giuliani”.

Il Comune di Pontremoli, guidato dal neo sindaco cavalier Marino Bertocchi, con una maggioranza fotocopia dell’alleanza di governo, presenziò al gran completo con i giovani assessori Giulio Armanini (al quale erano state affidate le deleghe all’Istruzione e al Turismo), Angiolino Bianchi, Lea Lapi, Guido Razzini e Mario Bezzi. Fu lo stesso Ambrosi a sintetizzare nel suo saluto al Ministro le grandi aspettative legate al nuovo museo: “Nel recupero di tali reperti che seguono la nostra stessa storia vediamo anche dei segni di grande speranza in quanto si gettano le basi per un futuro culturale che dovrà interessare in particolare i giovani”.

Il museo, nel suo allestimento iniziale pensato da Ambrosi che aveva una formidabile conoscenza della megalitica europea e che ne aveva studiato anche l’illuminazione, era articolato in sei sale. Le prime due, introduttive, con dati statistici e informazioni sui ritrovamenti analoghi in Italia ed Europa. La terza stanza ospitava le statue stele originali in ordine cronologico di datazione: dalla statua più antica, la numero 38 ritrovata a Casola in Lunigiana e risalente alla prima età del bronzo, fino ai reperti databili intorno alla piena età del ferro.
Nella sala 4 trovava invece spazio una ricostruzione del terreno archeologico della statua stele Minucciano III, mentre nelle sale 5 e 6 erano raccolti i calchi di tutti gli altri menhir per un totale di 49 statue (tra calchi ed originali) rinvenute fino a quel momento. Finalmente i numerosi reperti ritrovati da Minucciano a Casola a Malgrate potevano trovare un tetto comune capace di dare il giusto spazio ad un patrimonio unico al mondo.
E iniziava la storia di una collezione aperta pronta ad accogliere negli anni successivi le stele che hanno continuato a riemergere ad Aulla, a Groppoli e lungo tutta la valle del Taverone con tutto il loro inalterato mistero.
Chiara Filippi



