In dialogo con il vescovo Mario dopo la partecipazione ai funerali del Pontefice

Già dalle prime luci del mattino del 26 aprile, l’appuntamento fissato per i vescovi è al Braccio di Costantino, il corridoio e via d’accesso privilegiata per la Basilica di san Pietro a cui si arriva attraversando il colonnato del Bernini.
Mons. Mario Vaccari aveva trascorso la notte precedente assieme ai ragazzi che partecipano al Giubileo degli Adolescenti, ospitati nella parrocchia di san Giuseppe da Copertino, nella zona Eur della Capitale. Assegnati i posti sul sagrato della Basilica, velocemente arriva il momento della celebrazione, mentre in precedenza hanno preso posto i capi di Stato e di Governo, giunti da ogni parte del mondo per l’ultimo saluto al Santo Padre Francesco.

La piazza è gremita di fedeli a più non posso, mentre fino dall’inizio di Via della Conciliazione si intravede una sterminata “marea umana”: è il popolo di Francesco.
“L’opportunità di partecipare ai funerali del Papa – dice il Vescovo – è stata una esperienza bellissima perché in quella piazza abbiamo sperimentato della luce del Risorto e non lo dico solo a motivo della splendida giornata di sole, ma perché è stata una celebrazione dove ogni gesto, ogni rito e ogni parola, parlava di Gesù che vince la morte, mentre il corpo mortale di Francesco entrava nella gloria e nella resurrezione del Signore”.
“Al vedere poi i ‘grandi della Terra’ che partecipavano alla celebrazione – continua fra’ Mario – mi è venuto alla mente il Salmo 2 quando dice, ‘insorgono i re della terra e i prìncipi congiurano insieme contro il Signore e il suo consacrato’. ‘Spezziamo le loro catene, gettiamo via da noi il loro giogo!’, esclama il Signore ridendo dai cieli. La considerazione che facevo è che in fondo, questi capi e responsabili delle nazioni che sono giunti a Roma attirati dal Papa, in quel momento sono stati come ‘dominati’ dalla luce e dalla pace del Risorto, mentre nel mondo infuriano guerre e divisioni: per quel breve frangente, in quella piazza dove eravamo riuniti ho visto avverarsi le indicazioni del Salmo”.
Dal suo ingresso in diocesi nel 2022, monsignor Vaccari ha incontrato papa Francesco in diverse occasioni istituzionali, prima fra tutte la “visita ad limina” assieme ai vescovi toscani nel marzo del 2024.

“Mi piace però ricordarlo quando l’ho incontrato nel 2015 al Capitolo generale dei Frati Minori – spiega – All’epoca ero Ministro della Liguria, e stavamo facendo fronte ad una situazione di tensione e difficoltà, a seguito di uno scandalo di natura economica che aveva messo in difficoltà l’intero Ordine francescano. Mi ricordo che al termine del Capitolo, raccomandando ai presenti la regola della povertà con un discorso scritto, alzando lo sguardo dal foglio, fece la battuta che il Signore ci avrebbe mandato degli ‘economi sconsiderati’ se non avessimo rispettato questa indicazione; questo per sottolineare anche il senso dell’umorismo di un Pontefice per smorzare situazioni difficili e complicate”.
Parlando invece dell’eredità che papa Francesco lascia alla Chiesa e al mondo, cosa si sente di dire?

“Senza alcun dubbio, ha rimesso al centro della Chiesa il Vangelo, che non è un fatto scontato perché al centro ci può essere il Magistero oppure la Tradizione, mentre papa Francesco anche con i suoi gesti ha testimoniato un Vangelo vissuto nella concretezza e nella quotidianità. Legato a questo aspetto aggiungerei poi l’elemento della gioia, non a caso l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, ha costituito una sorta di documento programmatico del suo Pontificato: vivere le Beatitudini, vivere la povertà, vivere lo stile di Gesù è fonte di gioia per chi si dichiara discepolo del Signore. Altro elemento che mi viene da sottolineare è la dimensione della sinodalità. Papa Francesco ha costruito una Chiesa che si fa dialogo, soprattutto all’interno, e una Chiesa che si mette a servizio del mondo per costruire una fraternità tra gli uomini perché tutti apparteniamo al genere umano nonostante le diversità”.
“La vita di Francesco è stata una corsa – ha scritto dalle colonne dell’Osservatore Romano, il direttore Andrea Monda – prima insieme a noi, quando ci guardava faccia a faccia, come fa il pastore che veglia sul suo gregge, ora che ha allungato il passo ha ripreso a guardarci con la stessa fiducia incoraggiante per ricordarci che non siamo soli e il futuro non deve farci paura”.
Davide Finelli



