Il terribile rastrellamento del giugno – luglio 1944  in Lunigiana

Ottant’anni fa i territori sulla sinistra del fiume Magra furono investiti da una vasta operazione che avviò la terribile stagione della “guerra ai civili”

La lapide sul prospetto settentrionale del Santuario della SS. Annunziata che ricorda i cinque civili fucilati a Ponticello e originari del sobborgo pontremolese

La guerra che da più di due anni è tornata in Europa e l’altra che da mesi si combatte all’estremità orientale del Mediterraneo riporta ogni giorno sui media fosche prospettive per il futuro del mondo e l’immediata tragedia delle popolazioni coinvolte: la distruzione di città, paesi e villaggi con l’uccisione di decine di migliaia di persone.
Un bilancio nel quale i bambini morti sotto le bombe sono la cifra più terribile che si possa immaginare. I civili, si sa, sono sempre stati le prime vittime di ogni conflitto, senza distinzione di genere né di età, in ogni decennio dell’ultimo secolo, in ogni luogo dove le armi hanno avuto il sopravvento sulla parola.
Vicende che più volte hanno coinvolto anche il nostro Paese in generale e la Lunigiana in particolare. In queste settimane, ottant’anni fa, si stava infatti per consumare anche nel nostro territorio l’orrore delle stragi nazifasciste, apice di quella terribile strategia di “guerra ai civili” progettata dai vertici politico-militari della Germania nazista e messa in atto dall’esercito occupante con l’apporto diretto dei reparti fascisti della RSI.
Le stragi avvenute nella Lunigiana orientale – da San Terento Monti a Vinca – e quelle dei paesi a monte di Carrara e di Massa, ebbero in quel 1944 un prologo significativo: il rastrellamento messo in atto fra il 30 giugno e il 7 luglio.
Un’operazione militare che vide uno straordinario spiegamento di forze nazifasciste per coprire tutto il territorio alla sinistra del fiume Magra, dalla Cisa fino al Cerreto e oltre. L’Operazione Wallenstein (la prima di tre: altre due battezzate con il nome del generale tedesco di origine boema vissuto a cavallo tra Cinque e Seicento furono dispiegate nelle settimane successive, una nelle valli appenniniche del Taro e del Ceno, l’altra in quelle tra il reggiano e il modenese) aveva l’obiettivo di indebolire la Resistenza, visto che le formazioni partigiane ormai ben organizzate nelle montagne lunigianesi erano diventate un problema serio per gli occupanti.

L’epigrafe sulla chiesa di Ponticello

Tuttavia la “Wallenstein I” divenne fin da subito un’operazione contro i civili e solo in piccola parte coinvolse i partigiani. La strategia, quindi, emerge in tutta la sua crudeltà: se non si riesce a colpire direttamente i “ribelli” si passa a colpire quanti prestano loro aiuto, in ogni modo questo avvenga. Così la Resistenza viene fiaccata indirettamente.
Consultando le schede dell’archivio proposto nel sito internet straginazifasciste.it si possono leggere nomi, genere ed età delle testimonianze in marmo ricordano quei fatti.
Il nostro, breve, itinerario per tornare indietro a quei giorni inizia al Passo della Cisa; qui, appena sotto la strada che arriva al valico, una piccola lapide consunta dal tempo e dalle intemperie ricorda i nomi di tre civili uccisi il 2 luglio 1944.
Francesco Biolzi, Francesco Bonotti e Antonio Del Freo si stavano recando a piedi alla fiera di Berceto: il primo, 38 anni, è un contadino della zona, gli altri due sono invece pastori arrivati dalla zona delle Apuane massesi.
Alla Cisa vengono trovati in possesso di alcune somme di denaro necessarie per gli acquisti che hanno in programma, ma i militari del posto di blocco tedesco coinvolti nell’operazione di rastrellamento li accusano di essere finanziatori dei partigiani.
Sono dunque trattenuti a lungo dai tedeschi per accertamenti e proprio quando sembra che tutto sia stato chiarito e si profila la possibilità che possano essere rilasciati, vengono falciati da raffiche di mitra sparati da alcuni militi fascisti delle Brigate Nere del XL Battaglione di Verona in transito per il valico.
La seconda tappa ci porta nei territori di Pontremoli e Filattiera: nel borgo dell’Annunziata, sulla facciata settentrionale del Santuario una grande lapide in marmo ricorda come la stessa chiuda i loculi entro i quali sono i resti dei cinque uomini fucilati la mattina del 3 luglio 1944 a Ponticello, come testimonia una seconda epigrafe murata sulla facciata sulla chiesa del paese. Si tratta di una vicenda ben nota, anche grazie a tutti coloro che negli anni trascorsi da quell’episodio ne hanno tenuto viva la memoria, avendo spesso cura di ricordare come non sia stato un fatto isolato, bensì messo in atto all’interno della strategia della “guerra ai civili” compiuta con il rastrellamento.
Le vittime sono Leopoldo Mori, contadino di 56 anni, sposato con otto figl,i e due coppie di fratelli; Vincenzo Sardella ha 38 anni mentre Giovanni è più giovane di sei anni. Sono imbianchini decoratori e hanno appena terminato di lavorare nella chiesa di Dobbiana.
Francesco Angella di anni ne ha 49: è sposato e ha due figli che mantiene con il suo lavoro di mugnaio proprio all’Annunziata; il fratello Enrico, 36 anni, è invece ferroviere. Sono sfollati a Lusine di Dobbiana per evitare i pericoli che incombono sulla zona: difficile vivere in un borgo come quello dell’Annunziata che si affaccia sulla strada dove transitano uomini e mezzi militari, dove si temono incursioni aeree per colpire la vicina ferrovia.
Anche in questo caso, come alla Cisa, siamo al 2 luglio: è domenica, ma l’operazione militare non conosce sosta; i cinque vengono catturati proprio nella zona a valle di Dobbiana.
Leopoldo Mori viene costretto ad attaccare i buoi al carro sul quale vengono fatte salire le due coppie di fratelli. Poi il breve viaggio verso Ponticello dove li aspetta una stalla per la notte. Il loro destino è segnato: nelle ore precedenti un soldato tedesco delle truppe che partecipano al rastrellamento è stato trovato ucciso e la rappresaglia è certa.
All’alba la gente di Ponticello e dei dintorni è radunata davanti alla chiesa, uomini da un lato, donne e bambini dall’altro: i cinque vengono fucilati uno dopo l’altro, ma è forte la paura che possano esserne aggiunti altrettanti per arrivare al numero fissato dalla follia nazista ogni volta si debba vendicare la morte di un soldato germanico.
Alla fine questa ulteriore tragedia viene scongiurata, ma molti uomini vengono deportati in Germania nei campi di lavoro dove resteranno fino al termine della guerra. I corpi delle cinque povere vittime sono lasciati esposti a lungo e sepolti in una fossa comune solo qualche giorno dopo.

L’elaborata lapide in marmo sulla Pieve di Bagnone

I resti saranno recuperati undici mesi dopo: il 5 giugno 1945, a Liberazione avvenuta; un imponente corteo funebre li trasporta fino all’Annunziata che li accoglie nella loro ultima dimora, “vittime innocentissime della selvaggia rappresaglia tedesca” come si legge sulla lapide.
Per la terza tappa di questo pellegrinaggio civile ci spostiamo infine a Pieve di Bagnone: sulla facciata della chiesa una elaborata lapide in marmo ricorda i nomi dei civili uccisi durante la “Wallenstein I”: una ventina di civili e tre partigiani sono rastrellati dai soldati tedeschi con il supporto di reparti fascisti e uccisi sul posto, non solo a Pieve ma anche nelle zone dei paesi di Gabbiana, Lusana, Grecciola, Mochignano e Compione.
L’elenco è straziante: le vittime hanno dai 16 ai 77 anni; la più anziana è la mamma del parroco, Emilia Piagneri che dalla Valdantena di Pontremoli aveva seguito il figlio a Pieve di Bagnone.
Don Pietro Necchi non era però in paese: con altri sacerdoti dei paesi coinvolti era stato catturato nei giorni precedenti il rastrellamento e con loro deportati prima nel campo di prigionia di Bibbiano, poi rinchiusi nel seminario di Parma dove sarebbero rimasti fino al 21 luglio.

Paolo Bissoli