Il card. Michele Pellegrino si spegneva trent’anni fa – il 10 ottobre 1986, a 83 anni al “Cottolengo”: dal 1965 e per 12 anni era stato arcivescovo di Torino. Nato da famiglia poverissima a Centallo (CN), diocesi di Fossano, sacerdote dal 1925, laureato in Lettere, in Teologia e in Filosofia, stimato patrologo, docente di Letteratura cristiana antica all’Università di Torino, eletto vescovo, adotta come motto “Evangelizzare i poveri”. Non comune caso di studioso che cerca di trasferire nella pratica pastorale il modello della prima Chiesa, in una stagione ecclesiale resa particolarmente difficile, ma anche ricca, dall’euforia post conciliare. La sua bussola fu sempre orientata a privilegiare i più deboli e poveri: operai, immigrati ed esclusi. Nel 30° della morte e nel 45° della pubblicazione della lettera pastorale “Camminare insieme”, alla comunità di Bose, si sono tenute due giornate di studio dedicate al ricordo della sua persona.
La sua stagione a Torino – fine e post concilio dal punto di vista ecclesiale, Sessantotto e post nella società civile – è stata di certo caratterizzata dalla creatività ma, lì come in tutta Italia ed Europa, anche da gravi momenti di crisi e di lacerazioni. La città ha conosciuto notevoli mutamenti, causati dall’espansione industriale, all’origine del forte fenomeno migratorio dal Sud al Nord e degli eventi sociali sintetizzabili nell’espressione “autunno caldo”. È il 26 agosto 1965 quando, a Castelgandolfo, Paolo VI chiede a Pellegrino di accogliere la nomina a vescovo di Torino. In quanto tale il nuovo presule prende parte alla IV e ultima sessione del Concilio. Nella prima lettera al clero della sua diocesi dimostra di saper leggere i tempi con lucidità, scrivendo delle opposte tentazioni pronte ad emergere nel periodo post-conciliare. I conservatori impegnati a contrastare l’opera di aggiornamento e di rinnovamento avviata dal Concilio, nel nome della difesa della tradizione, senza nulla concedere alle esigenze della contemporaneità; ma anche coloro che spingeranno per cambiamenti a volte arbitrari, nella convinzione che troppo poco spazio sia concesso al rinnovamento e alle riforme. Il vescovo invita i suoi sacerdoti a frenare l’impazienza e a non sostituire le norme della Chiesa con le proprie vedute. In lui l’idea dell’esercizio dell’autorità era legato all’amore e alla comunione. Per questo una delle sue caratteristiche era il dialogo, fondato sull’ascolto e sulla capacità di prestare attenzione all’altro. Non solo: anche sulla capacità di riconoscere i propri errori e chiedere perdono. Pellegrino conobbe anche il dolore del fraintendimento e della calunnia. Il documento per il quale sarà ricordato nella storia, non solo ecclesiale, di quegli anni – la lettera pastorale del 1971 “Camminare insieme” – subì i giudizi più diversi, falsati da un’interpretazione politicizzata del testo. L’indicazione della scelta preferenziale per i poveri sollevò nuove contestazioni, mentre, sull’altro versante, fu intesa con una valenza politica che non era all’origine del suo pensiero. A poco valsero i suoi chiarimenti – “dare il primo posto nell’opera di evangelizzazione e di promozione sociale ai poveri e agli indifesi, tenendo presente che non basta rivolgersi ai poveri individualmente perché esiste veramente una povertà di classe” – e l’intervento di Paolo VI che in una lettera autografa gli scrisse di aver gustato “l’accento semplice, calmo, autorevole” del documento, rivelatore del “cuore pastorale da cui esso trae la sua sapienza”. Sono in molti a pensare che, forse, la Chiesa di Torino – e non solo – era impreparata ad avere un pastore che credeva nella corresponsabilità ecclesiale e nel metodo dell’obbedienza intelligente e matura.