Piazza Verdi alla Spezia: ultimato il progetto Vannetti – Buren

La nuova sistemazione nel centro storico spezzino

piazza_Verdi_LaSpezia“Certo che a noi il colonnato del Bernini ci fa un baffo!” esclama ad alta voce un signore osservando la nuova sistemazione di Piazza Verdi appena inaugurata. Evidentemente alludeva alla serie di telai quadrati, impropriamente chiamati archi, o, in termine dispregiativo “archetti”, che l’artista francese Daniel Buren, ha collocato sull’asse maggiore della composizione architettonica, progettata da uno staff guidato dell’architetto fiorentino Giannantonio Vannetti.
Buren, amante delle forme geometriche elementari, utilizzate per installazioni e superfici, li ha allineati come se fossero elementi di una pergola da passeggio, senza rampicanti ma cromaticamente vivace per le superfici lucide, azzurre e gialle, rosse e nere da un lato e per i riflessi degli specchi dall’altro. Lui li assimila ad un cannocchiale che guida l’occhio del visitatore verso i fuochi estremi della composizione, la porta dell’Arsenale da un lato e il campanile della chiesa di Migliarina dall’altro.
La piazza è un rettangolo di 8500 mq. circa ripartito in tre superfici generate dalla maglia degli isolati urbani, che il progetto rispetta, assegnando a ciascuna un ruolo specifico. Si poteva stravolgere anche questa situazione, utilizzando ad esempio una soluzione impostata su linee diagonali o curvilinee, negando l’evidente regolarità dell’impianto a scacchiera, come avevano proposto alcuni progettisti, mentre qui ci si attiene alla regola compositiva del tessuto facendone proprie le linee di costruzione.

Come nacque

laSpezia_palazzo_postePiazza Verdi fu completata nel 1933 nel clima dei piani di espansione progettati tra il 1904 e il 1908. Il nucleo originario, quello che occupava il primo dei tre isolati che oggi compongono la piazza, era chiuso sul lato orientale dalla facciata del Politeama Duca di Genova, dell’architetto Emilio Pontremoli, inaugurato nel 1880. Il fronte del teatro faceva da sfondo alla prospettiva di via Chiodo dando forza a un misurato spazio urbano che si perderà con la sua demolizione e la prosecuzione dell’asse viario verso Migliarina. Lo sbancamento del colle dei Cappuccini dal 1927 proseguì negli anni successivi, mentre si procedeva all’attuazione del piano regolatore demolendo, non senza difficoltà, le abitazioni che fronteggiavano l’antico percorso del Torretto, diagonale rispetto all’andamento della nuova griglia urbana. Sull’isolato che affiancava il Politeama, lato mare, si costruiva l’edificio, oggi sede della scuola media Silvio Pellico, mentre tra il 1921 ed il 1923 si realizzava il Palazzo degli Studi, progettato dal Comune fin dal 1912, decorato dall’arch. Armando Titta di Carrara ed oggi sede del Liceo Costa. Di fronte a questo tra il 1927 ed il 1933, su progetto dell’arch. Bacigalupi, prendeva forma Palazzo Boletto mentre si lavorava anche all’edificio delle Poste dell’arch. Angelo Mazzoni, a monte del Politeama. Il teatro fu demolito nel 1933 quando fu inaugurato anche il palazzo delle Poste e Telegrafi. La nuova piazza così ottenuta diventò un rettangolo lungo circa centonovanta metri e largo poco più di quarantacinque. Un’ampia strada più che una piazza, infatti, fu poco dopo divisa in due metà da una cortina di pini marittimi, quasi uno spartitraffico, che subito le fece perdere l’iniziale dimensione unitaria. (r.g.)

piazza_Verdi_LaSpezia1La piazza compone simmetricamente rispetto allo spazio centrale, più ampio, lievemente ribassato e circondato da sedute, i due episodi laterali l’uno trattato a giardino e l’altro a superfici d’acqua. Nel primo trovano posto aiuole a prato nel secondo vasche con il fondo in travertino e ponticelli rettilinei dello stesso materiale, arredati con sedute e contenitori circolari con magnolia soulangeana. In entrambi sono collocati, lungo il camminamento centrale, i famosi telai policromi e riflettenti.
L’intersezione con le vie trasversali Massimo D’Azeglio e Pietro Micca è evidenziata oltre che da specifici telai da una faccia nera, dal disegno della pavimentazione in lastre di arenaria utilizzate per richiamare il carattere della città storica con la quale è lastricata, interrompendo la continuità del percorso longitudinale in travertino. Lo spazio centrale è delimitato da sistemazioni a verde disposte in aiuole rettilinee, con uno specchio d’acqua a pavimento dal quale si distaccano pilastri ornamentali.
A mio parere anche se i telai di Buren sono discutibili per l’astrazione formale e l’aggressività cromatica, in un insieme ricco di dettagli dal disegno accurato, tutto giocato sulle tinte calde, il progetto nel suo insieme è equilibrato e migliora l’immagine di una piazza-giardino dove anche il verde ha una suo rilievo compositivo. L’impiego del travertino, per altro già usato, nella varietà di Monsummano, dal Mazzoni nell’edificio delle Poste, si lega piuttosto bene con le tonalità degli edifici circostanti che si possono osservare da una certa distanza senza il timore di essere investiti da qualche automobilista.
Certamente un certo disagio si percepisce, come osservava il visitatore più sopra citato, ma questo dipende dal fatto che viviamo un’epoca di crisi, priva di un senso estetico condiviso, dove ognuno considera il suo come assoluto: la cultura per eguagliare la conclamata bellezza di un’opera come il colonnato di San Pietro è ancora per noi una meta molto, molto, lontana!

Roberto Ghelfi