Un medico del NOA racconta in prima persona come si sta fronteggiando questa crisi senza precedenti

Un’emergenza affrontata con coraggio dal personale medico sanitario

Quella che vi proponiamo di seguito è la testimonianza di questi terribili giorni da parte del dottor Marco Leorin, medico del Pronto Soccorso del NOA di Massa.

Marco Leorin, medico del pronto soccorso del Nuovo Ospedale Apuane
Marco Leorin, medico del pronto soccorso del Nuovo Ospedale Apuane

Da più parti è stato rimarcato come la nostra Provincia sia stata la più colpita del territorio toscano, in rapporto alla popolazione, dall’epidemia di Covid con numeri vicini a quelli fatti segnare dalla Lombardia. Il momento della svolta è stata la notte tra il 12 e il 13 marzo, nel corso della quale, inaspettatamente e nel giro di poche ore, sono arrivati al Nuovo ospedale apuano (Noa) più di 20 pazienti con manifestazioni polmonari ascrivibili al Covid-19, contro i 7-8 pazienti dei giorni precedenti. Da quella notte, e per le settimane seguenti, hanno continuato a presentarsi non meno di 20 casi al giorno, provenienti da tutta la Provincia. Una sfida importante per tutto il personale sanitario dell’ospedale, che si è trovato a gestire un’emergenza mai vista prima, sia per i numeri che per la tipologia di malattia. La risposta è stata la migliore possibile ed è stato di aiuto averla potuta affrontare all’interno di un ospedale moderno, dotato di ampi spazi e tecnologie all’avanguardia. La prima grande preoccupazione di tutti noi operatori è stata la tutela della salute nostra e dei nostri familiari; ancora oggi, personalmente, non mi avvicino ai miei genitori, li saluto e parlo loro dalla strada. Alcuni colleghi hanno deciso di non dormire più con il coniuge, di mangiare separati e, dove possibile, utilizzare servizi igienici separati.

Nuovo ospedale Apuane
Nuovo ospedale Apuane

Tra il personale sanitario del NOA il contagio è stato minimo; questo risultato è stato reso possibile grazie all’enorme macchina della solidarietà che si è attivata tra la popolazione e le aziende, le quali ci hanno rifornito di mascherine FFP2-3, tute, visiere, guanti. È stato palpabile il desiderio di molti di voler contribuire in qualche modo a sconfiggere la pandemia; un segno importante, bello e determinante per chi si è trovato ad affrontare la fatica vissuta sul lavoro. Fatica perché le condizioni di lavoro sono peggiorate, un fatto che è stato reso pubblico attraverso varie foto e immagini: passare più di 6 ore con mascherine adese al volto, all’interno di tute e guanti è estremamente faticoso, deformante per la cute e debilitante per l’organismo, costretto a sudare molto e a venire frequentemente a contatto con sostanze alcoliche (per cui disidratanti). La grande differenza nel lavoro è però avvenuta nel rapporto con le persone, sia pazienti che parenti, perché è venuta meno, o quantomeno è stata resa molto difficile, la comunicazione e questa è stato una delle cause di maggiore sofferenza in questa pandemia. Per chi vive la malattia e per i parenti è fondamentale essere informato circa le condizioni e la prognosi, e spesso, soprattutto in Pronto Soccorso, non è stato possibile farlo per il semplice fatto che non ce n’è stato il tempo materiale, essendo necessario intervenire il più in fretta possibile su più pazienti in contemporanea. Siamo stati spesso chiamati eroi, ma nessuno di noi si sente tale perché ci sentiamo solo persone che hanno fatto con responsabilità il proprio dovere; vorremmo solo essere di esempio in questo, perché l’emergenza ancora non è finita.

Dott. Marco Leorin – Specialista in Medicina d’Emergenza-Urgenza,
Pronto Soccorso – NOA