Referendum del 2 giugno 1946: a Massa Carrara 3 voti su 4 alla Repubblica

Netta la sconfitta della monarchia. Ma con molte differenze territoriali: alla Repubblica l’88,7% a Carrara, il 54,4% a Casola

La scheda per la scelta tra Repubblica e Monarchia nel referendum del 2 giugno 1946

Una provincia “repubblicana”: così si potrebbe definire Massa Carrara ritratta dai dai dati del referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Nel territorio apuano la Repubblica sfiorò i tre quarti dei consensi: il 74,9% delle 104.004 schede valide recavano la croce a fianco del simbolo raffigurante la testa di donna con una corona di torri merlate inserita tra fronde di alloro e quercia. La vittoria della Repubblica fu ampia e solida in tutti i comuni della provincia, ma con sfaccettature diverse.
A Carrara, forte di una radicata tradizione anarchica, socialcomunista e repubblicana, la Repubblica ottenne l’88,7% il dato più alto del comprensorio; di converso, a Casola il consenso verso la nuova forma istituzionale si fermò al 54,4%, il più basso di tutto il territorio provinciale.
In Alta Lunigiana la Repubblica prevalse con le percentuali più basse della provincia: 61,84% a Pontremoli, 63,4% a Filattiera, 69,4% a Villafranca, 60,5% a Bagnone; ma nella stessa area si registrò anche il 78,2% di Zeri e il 75,4% di Mulazzo.
A Fivizzano la Repubblica si fermò al 63,6%; ma nella vicina Fosdinovo si raggiunse l’80,5%. In modo analogo, al 69,7% di Aulla e al 67,9% di Podenzana fece da contraltare l’81,1% della vicina Tresana.

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Il riepilogo del voto nel Referendum del 2 giugno 1946 nella provincia di Massa Carrara

Nella valle del Taverone, a Comano la Repubblica conseguì il 60,2% e a Licciana il 63,9%. Completano il quadro Massa (69,9%) e Montignoso (77,3%). Difficile offrire un’interpretazione del voto territoriale fondata su elementi di spiegazioni uniformi.
Il voto, lo stesso giorno, per l’Assemblea Costituente restituisce l’idea di una buona correlazione tra suffragi meno numerosi per la Repubblica e voto ai partiti “moderati”, ma comunque a favore della Repubblica, come la DC, orientata in senso repubblicano, ma che lasciò libertà di voto. Ma nella formazione delle scelte individuali, all’allineamento al voto politico, al giudizio sull’operato della Casa Reale rispetto al ventennio fascista e alle ferite della guerra, occorre aggiungere quei fattori tipici di un’area rurale o montuosa, in cui si affacciava al voto una massa poco o per nulla istruita, estranea alla partecipazione democratica e che legava la sua sussistenza economica, attraverso la mezzadria, al volere di altri.
In questo contesto, il consiglio del possidente, del parroco o del maestro contavano quanto i propri ideali più o meno formati. In provincia votarono l’83,4% dei circa 134 mila cittadini della provincia con diritto di voto, un dato inferiore all’89,1% registrato a livello nazionale.
Il voto in massa per la nuova forma istituzionale fu affiancato da un numero elevatissimo di schede bianche, ben 6.955, e 1.571 schede nulle: apparentemente molte, se si interpretano, con gli occhi di oggi, come indifferenza alle proposte politiche; molte meno se si considera il livello di analfabetismo del tempo, ben più esteso, di quel che raccontano questi dati: segno evidente che il desiderio di partecipazione e di ricostruzione di questa terra a ridosso della Linea Gotica e delle sue tragedie, era più vivo che mai.

Davide Tondani