Nella notte fra il 25 e il 26 aprile 1986 l’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare che forniva il 10% del fabbisogno di energia dell’Ucraina
Sono passati quarant’anni da quando, in una località fino ad allora sconosciuta non lontana da Kiev, nell’allora Unione Sovietica, si verificò il più grande incidente nucleare della storia; divenne noto come il disastro di Chernobyl, ma il luogo esatto fu la centrale nucleare situata nella città di Pripyat, a poca distanza. Il complesso, composto da quattro reattori nucleari, forniva il 10% del fabbisogno energetico dell’Ucraina.
Tra il 25 e il 26 aprile 1986 si stavano tenendo delle prove tecniche per stabilire se il reattore fosse in grado di operare in modo efficiente alimentando le pompe di raffreddamento anche in caso di un’interruzione elettrica improvvisa.
L’incidente avvenne a causa di una combinazione di fattori. Innanzitutto furono accertati dei difetti di progettazione nelle barre di controllo e nei sistemi di sicurezza. Inoltre fu rilevata la presenza nell’impianto di un gas, lo xeno, altamente pericoloso, che interferì con l’equilibrio della reazione nucleare. Vi fu poi anche un errore umano, dovuto ad una squadra di lavoratori non adeguatamente qualificata per il test.
Gli operai cominciarono la prova ignari delle condizioni critiche del sistema. Tutto ciò, all’01:23 del 26 aprile, portò il reattore numero 4 della centrale nucleare ad esplodere.
A distanza di pochi secondi vi furono due esplosioni, che riversarono nell’aria un’enorme quantità di radiazioni. Nei giorni successivi le autorità sovietiche dovettero evacuare oltre 100.000 persone che vivevano nelle immediate vicinanze del sito a causa dei livelli di radiazione estremamente elevati. Dal punto di vista ambientale, l’area circostante alla centrale nel raggio di 30 chilometri fu dichiarata zona di esclusione e completamente abbandonata.
Ancora oggi l’accesso a questa zona è soggetto a restrizioni. La stessa città di Pripyat, costruita per ospitare i lavoratori della centrale, è rimasta una città fantasma. Il reattore distrutto venne inizialmente coperto con una struttura di cemento detta “sarcofago”. Nel 2016 fu sostituito da una struttura più moderna e sicura, il New Safe Confinement, progettato per isolare il materiale radioattivo per almeno un secolo.

Nonostante la presenza al potere di un leader innovativo come Gorbaciov, la reazione del governo sovietico fu minimizzante, e inizialmente cercò di mantenere sull’intera vicenda un alto livello di segretezza. Gli stessi abitanti furono evacuati senza loro fornire le necessarie informazioni.
Ma poiché la nube radioattiva cominciò da subito a diffondersi rapidamente, contaminando vaste aree dell’Europa, furono solo le pressioni internazionali dovute al rilevamento di livelli anomali di radiazione in altri Paesi europei a far sì che l’Unione Sovietica ammettesse pubblicamente quanto accaduto. Tuttavia, inizialmente fu diffuso solo un breve comunicato nel quale si faceva riferimento ad un “incidente”, senza fornire ulteriori informazioni.
La Scala Internazionale degli Eventi Nucleari e Radiologici (INES) classificò il disastro con una valutazione di 7, ossia la maggiore quanto a intensità e gravità. Gli sfollati totali furono stimati tra i 200 e i 350mila, i morti furono trentuno nell’immediato dell’esplosione, e salirono a sessantacinque nei giorni successivi per via dell’esposizione alle radiazioni.
Stabilire però quanti furono i decessi causati dal disastro è a tutt’oggi difficile, perché negli anni si è registrato un aumento significativo del numero di tumori, in particolare alla tiroide e soprattutto nei bambini.
In Italia il senso di insicurezza generale ebbe come primo effetto il divieto di consumazione di alcuni prodotti alimentari quali latte e prodotti agricoli. Dal punto di vista politico l’evento portò ad una riconsiderazione dell’energia nucleare.
Lo si vide nei referendum abrogativi che furono indetti l’anno successivo: anche se la dismissione effettiva delle centrali non fu direttamente l’oggetto della consultazione, tre dei cinque quesiti proposti riguardavano proprio la situazione del nucleare.
A partire dagli anni ’70, a seguito della crisi energetica e del conseguente aumento dei prezzi del petrolio, vi fu un forte impulso a favore dell’energia nucleare e della costruzione di centrali.
Al momento del referendum sul territorio nazionale ne erano attive quattro. Per tutti e tre i quesiti ci fu una netta prevalenza del Si, in una tornata che vide il 65,1% degli elettori recarsi alle urne. Fu naturale procedere dunque alla chiusura di tutte le centrali, che avvenne tra il 1987 e il 1990; i siti per i quali era stata prevista una successiva apertura furono riconvertiti.
Per l’Unione Sovietica, il disastro di Chernobyl fu il campanello d’allarme che fece puntare gli occhi del mondo su un sistema politico ed economico che non funzionava più. Divenne evidente la necessità di riforme strutturali, ma in Ucraina si accompagnò al risvegliò di una mai sopita coscienza nazionale. Solo cinque anni separano infatti l’esplosione di Chernobyl da quella, figurata, dell’intera URSS.
Mattia Moscatelli



